Aya, giovane donna della Costa d’Avorio, lascia il suo sposo sull’altare e abbandona il suo paese per cambiare vita. A Guangzhou, in Cina, nel quartiere popolato da una nutrita comunità afroamericana, si innamora di Cai, un raffinato mercante cinese di tè presso la cui bottega trascorre giorni scanditi da una tenera ritualità.

A undici anni di distanza da Timbuktu, Abderrahmane Sissako realizza una nuova indagine sul tema dell’incontro fra culture diverse; tra Africa e Cina, com’era stato lungo l’asse Africa/Europa in Bamako e Timbuktu, ma qui il regista attenua la riflessione politica e disegna una mappa che racconta lo spazio mentale del migrante: un itinerario lungo una via della Seta illuminata dalla magia quotidiana del sentimento.

Black Tea è un film lucente, che vive di trasparenze emotive e di incantesimi soffusi, sospeso come un sogno al crocevia tra l’identità individuale e la scoperta dell’altro. Ciò che Aya si aspetta dal prossimo, ciò che cerca in ogni sguardo e dietro ogni vetrina, non è tanto l’irreprensibile scoperta della morale altrui di cui parlava E. Lèvinas – che pure si materializza nel più radicale Le Vol du Boli -, ma il desiderio di emancipazione che può realizzarsi intessendo relazioni tra diversi, o semplicemente con coloro i quali hanno da raccontare altre storie, seguendo diverse prospettive di pensiero ed esperienze da condividere.

Tutto basato sull’interiorizzazione dei racconti all’interno di comunità interagenti, Black Tea ha la consistenza eterea di un elegante melodramma in cui Aya (Nina Mélo) si ritaglia un suo spazio intimo, reale perché si regge sui delicati equilibri economici e relazionali che vigono nel quartiere cinese, ma aperto anche a una dimensione onirica che effonde il vibrante desiderio della donna di autodeterminarsi.

Parole e sguardi, ambizioni e aspettative si intrecciano così in una ritualità di gesti e piccole rivoluzioni gentili attraverso cui c’è spazio anche per immaginare l’orizzonte futuro nelle relazioni tra Africa e Cina, che non guardano (solo) al mero dato economico, ma a una geografia dell’anima e dell’alterità che ridisegna i rapporti umani.

Pervaso da un retaggio patriarcale duro a morire, l’universo di Aya e delle donne che vivono  l’armonia di Chocolate city (il quartiere afroamericano cinese), è un centro di gravità permanente abitato da consuetudini e cerimoniali che raccontano il folclore locale e l’abbraccio con il diverso, con toni malinconici consumati a tavola, nel retrobottega di Cai, tra l’uomo e la sua ex moglie, in una serata al ristorante, nei dialoghi in famiglia, lungo le strade brulicanti di vita.

Un polo d’attrazione in cui anche la resistenza ideologica dei suoceri di Cai, durante un pranzo in famiglia, è stemperata da pacati confronti intergenerazionali. Black Tea diventa così la messa a fuoco dell’attesa e la promessa di una prospettiva futura che ha il sapore di una riconciliazione universale.