Alla terza opera cinematografica girata negli ultimi tre anni (dopo il quattro volte premio Oscar Povere creature e il film a episodi Kinds of Kindness), con Bugonia Lanthimos sceglie la via di un libero remake del sudcoreano Save the Green Planet di Jang Joon-hwan per ritornare ad alcuni dei temi cari alla sua filmografia: l’alienazione individuale, i rapporti sociali malati, le differenze di classe, la manipolazione intellettuale, la tortura fisica. A questi aggiunge le sue riflessioni su un presente saturo di contraddizioni e pericoli, sul vivere assuefatti sull’orlo del precipizio e sul sacrificio come forma di rinascita.
Teddy lavora come spedizioniere per una multinazionale farmaceutica e vive insieme al cugino Donald nella trascurata casa di famiglia. Indossa abiti logori e sporchi, va al lavoro in bicicletta e nel tempo libero fa l’apicoltore, preoccupato dall’estinzione delle api e dalle conseguenze sull’ecosistema. Seguace di varie dottrine complottiste, incolpa l’azienda per cui lavora di avvelenare uomini e ambiente e per questo decide di rapire la Ceo Michelle, una donna bella ed elegante, che incede sicura su vertiginose Louboutin dalla suola rosso sangue. Teddy crede che Michelle sia un’aliena e vuole usarla come tramite per convincere l’imperatore del pianeta Andromeda a non distruggere la Terra.
Il mondo in cui vivono Teddy e Michelle - interpretati da Jesse Plemons ed Emma Stone - è molto simile a quello attuale. Le api stanno sparendo, l’elogio della diversità riempie la bocca dei comunicatori, la divisione in classi sociali è evidente ma tacitamente accettata, la solitudine in cui vengono lasciati i più deboli è riempita da un malsano proliferare di teorie cospirazioniste. Lanthimos filma questo presente attraverso la sua lente narrativa, come al solito cinica e grottesca e questa volta ancor più spiccatamente ironica del solito.
I dipendenti della grande azienda farmaceutica possono uscire dal lavoro anticipatamente, scegliendo in piena libertà ma - precisa la ceo Michelle - solo se hanno raggiunto l’obiettivo assegnato. La grave malattia della madre di Teddy, causata da farmaci prodotti dalla multinazionale, viene risarcita con un blando indennizzo e silenziata da retorica comprensione. La forze di Polizia che dovrebbero difendere i cittadini sono le prime di cui aver paura. Una quarantacinquenne in perfetta forma fisica è una donna consapevole che investe sul suo benessere e sulla sua immagine. O è forse un’aliena?
Davanti ai nostri occhi scorrono le immagini di una madre che ascende al cielo, come un san Sebastiano trafitto da mille aghi di agopuntura, di un poliziotto che non riconosce un pazzo criminale ma si libera la coscienza mentre mangia una fetta di torta al cocco, di una testa femminile brutalmente rasata per evitare il contatto capillare con le navi aliene. Lanthimos si muove fra estremi e contrasti, fra reale e surreale, fra vulnerabilità e ferocia, fra lucida razionalità e delirante fanatismo, rimanendo però sempre ancorato a un felice equilibrio narrativo, grazie anche alla solida e brillante sceneggiatura di Will Tracy e alle prove dei suoi due attori protagonisti.
Emma Stone - al suo quarto film di Lanthimos come interprete e al suo secondo, dopo Povere Creature, come attrice e produttrice - segue le montagne russe narrative di Bugonia in perfetta sintonia col regista, mettendosi di nuovo a nudo - questa volta rasata e spalmata di crema antistaminica - a servizio del personaggio: quando nel suo sguardo leggiamo l’esatto contrario di quello che sta dicendo al suo aguzzino, abbiamo la certezza di un’ottima prova attoriale.
Jesse Plemons - già presente nel cast del precedente Kinds of Kindness, sempre in coppia con Emma Stone - conferma la sua bravura di attore col ruolo di un pazzo nel cui delirio si nasconde tutto e il contrario di tutto: ferite insanabili che si sono trasformate in violenza e malvagità ma anche ingenuità, buona fede e addirittura barlumi di verità.
Dopo averci messo davanti a estremi e paradossi, che da un lato ci ancorano alla realtà e dall’altro ce ne fanno prendere distanza, Lanthimos comincia a manipolare il punto di vista con cui guardare ai suoi personaggi. Se in un primo momento non si può che provare simpatia per due rapitori deliranti e pasticcioni e antipatia per una donna aggressiva e gentile solo nella forma, dopo una una serie di folli teorie, rapimenti, torture e omicidi, nascosti e plateali, siamo portati a modificare la direzione della nostra empatia: non possiamo non parteggiare per una giovane donna prigioniera, rasata a zero, accusata di appartenere a una razza pericolosa e che si può difendere solo a parole. Ma a questo punto Lanthimos ribalta nuovamente i ruoli dei personaggi e capovolge ancora una volta la nostra prospettiva, con un salto di genere, dalla black comedy allo sci-fi, che è al tempo stesso colpo di scena e chiusura del cerchio sul rapporto fra individuo e natura.
Con questo nuovo film il regista greco - come già aveva fatto in Il sacrificio del cervo sacro, ispirato alla tragedia di Ifigenia - ci racconta il presente attraverso i miti del passato. In un episodio delle sue Georgiche, Virgilio riprende l’antico mito della bugonia, raccontando che le api perdute del pastore Aristeo si rigenerano dalla carcassa di alcuni buoi sacrificati: allo stesso modo anche Lanthimos immagina un sacrificio, che questa volta risparmia il mondo animale, per ripartire da zero.
"Where have all the flowers gone?" (dove sono finiti tutti i fiori?) canta la voce roca e struggente di Marlene Dietrich sui titoli di coda. Il testo della famosa canzone di Pete Seeger ci suggerisce la riposta: sulle tombe degli uomini.