Benché il termine “adultescente” sia stata coniata a inizio degli anni Duemila (il neologismo è apparso la prima volta nel 2002), questa crasi (adulto + adolescente) torna utile per descrivere meglio quelle caratteristiche di personaggi cinematografici di film d’antan. Più tecnica e funzionale rispetto alle locuzioni pittoresche “bambinone” “bambacione” o “vitelloni”.
Gli adultescenti sono quegli individui, tra i 20 e i 35 anni, che rifiutano di crescere e di assumersi le proprie responsabilità, benché anagraficamente adulti. Una Sindrome di Peter Pan sempre più esteso nella società, come rilevano gli studi del sociologo Frank Furedi. Tra le cause di questa “fuga” dal crescere e mantenere atteggiamenti adolescenziali, lo studioso ungherese incolpa anche la società, che alimenterebbe questo comportamento puerile.
Calle Mayor (1956) di Juan Antonio Bardem, vincitore del premio Fipresci alla 17ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia per il miglior film, è un’opera che ben evidenzia questa sindrome d’immaturità. Sulla scorta de I vitelloni (1953) di Federico Fellini, film paradigmatico e titolo entrato poi nel linguaggio comune, la pellicola di Bardem tratta ugualmente di una combriccola di “amici miei” dediti a scherzi feroci, all’ozio e all’eludere la maturazione.
Tratto dal romanzo La señorita de Trévelez di Carlos Arniches, il film è una cronaca morale, come si evince dallo speaker che introduce la vicenda. Un piccola città di provincia senza nome, che rappresenta qualsiasi cittadina della Spagna. Un luogo fittizio per rimarcare come certi comportamenti morali e interpersonali possano essere la norma. Calle Mayor vuole esaminare, tra commedia e dramma, queste grettezze umane dettate dalla cultura politica e religiosa che permeano la società.
Comportamenti avallati dallo stesso intellettuale del paese, per ben due volte indulgente quando spiega al giovane Federico (Yves Massard), in città per salutare il suo amico Juan (José Suárez), che quei comportamenti, sebbene spiccatamente puerili, sono dettati soltanto dalla monotonia. È colpa di una città che non offre altri svaghi, benché il centro ricreativo disponga, oltre che di un biliardo, di una fornitissima biblioteca. Pertanto, sono adultescenti a causa di una società scarsa di nobili ideali.
Tedio geografico confermato dallo stesso Juan, che illustra scientemente al suo amico gli usuali luoghi di divertimento e il suo ideale di vita. Per lui è sufficiente una promozione nella banca nel quale lavora e trovare una ragazza con una buona dote economica. Un mediocre che vive alla giornata, poiché sebbene già radicato nella città e con un impiego sicuro, preferisce alloggiare in una pensione economica.
Di altra caratura morale Isabel (Betsy Blair), zitella non per scelta ma per indole caratteriale e culturale (famiglia profondamente cattolica). La relazione che nasce tra loro, inizialmente è anche sincera: Juan apprezza la posatezza di Isabel e, intimamente, vorrebbe costruirsi una vita tranquilla. Però poi sopraggiunge la paura di essere sbertucciato dai compagni, divenire zimbello come molti altri cittadini presi di mira. L’adolescenziale deridere è uno dei comportamenti sociali di un ristretto borgo, perché tutti si conoscono, percorrendo le stesse strade.
La scelta del titolo, Calle Mayor, pone in risalto come la via principale sia la passerella dei cittadini, delle fastose processioni religiose e postazione privilegiata per scegliere la prossima preda e poi schernirla. Lo spietato scherzo di Juan – in combutta con suoi amici – nei riguardi di Isabel convalida la loro puerilità, come ben evidenzia anche la scena in cui, come se fosse un continuo gioco, trovano una terza scappatoia per assolvere Juan e attutire l’effetto della cinica beffa architetta. Una recita fanciullesca che disgusta perfino Federico, occhio esterno – e saggio – che vede la mediocrità di uomini forgiati da una società franchista interessata soltanto alla propria immagine.
Nel finale, si palesano gli antitetici comportamenti di Juan e Isabel. Mentre lui, usualmente smargiasso, è fuggito e nemmeno ha avuto il coraggio di suicidarsi come aveva detto con convinzione a Federico, lei, benché fragile e precipitata nuovamente nella solitudine, non decide di scappare dalla città, ma attraversa la Calle Mayor con coraggio, sotto una pioggia battente, spiccata metafora del suo dolore interno.