Dal buio dei titoli di testa si odono quelli che sembrano essere gemiti di piacere che, in realtà, altro non sono che i rantoli di un uomo morente appeso per il collo con conseguente erezione. Questo è l’incipit geniale e spiazzante dell’adattamento postmoderno, virgolettato e pruriginoso di uno dei romanzi gotici più iconici della letteratura inglese: Cime Tempestose (1847) scritto dalla più oscura delle sorelle Brontë, Emily.

Dopo l’esordio punk femminista del “rape and revenge” di Una donna promettente (2020) e l’(anti)erotismo estetizzante del vuoto cosmico di Saltburn (2023) – un pacchiano Teorema pasoliniano – la regista inglese Emerald Fennell fa un salto più lungo della gamba per contaminare il classico con la sua messa in scena sfacciatamente camp, che sembra ambire agli anacronismi e agli eccessi visivi e ritmici del miglior Baz Luhrmann (viene citato pure Romeo e Giulietta), senza però raggiungerne i risvolti più effervescenti.

Al di là delle castranti polemiche sulla fedeltà all’opera originaria, che lascerei ai puristi e filologi letterari, il tentativo di erotizzazione del romanzo, che Fennell vorrebbe proporre sin dalla scena d’apertura, risulta svanire in uno spettacolo hyperpop in cui i veri protagonisti sono i volti laccati della Barbie vittoriana (Margot Robbie) e del David di Hollywood (Jacob Elordi), costumi arzigogolati e scenografie che avrebbero bruciato pure le retine della Maria Antonietta di Sofia Coppola.

Tra i riferimenti della regista c’è pure il cinema di David Croneneberg, ma di quell’eccitazione perturbante e orrorifica non si intravede nemmeno l’ombra. Fennell non spinge fino in fonda il pedale su eros e thanatos, mettendo in scena un casto, ma bagnato, teen drama tra due trentenni. A prevalere sullo Sturm und Drang sono i momenti di infantilismo e di ironia e un erotismo scadente, da rivista patinata, privo di ogni tensione drammaturgica e di vero un climax, se non esclusivamente estetico.

Se il desiderio era addomesticato dalla società vittoriana repressiva e soffocante dei corsetti e delle “case di bambole” oggi viene violentato dalla performatività estetizzante della società narcisista e iper-consumista contemporanea, di cui il film della Fennell risulta essere un degno rappresentante. Le bambole (o le barbie) sono proprio i due “divi” che giganteggiano nel poster promozionale come fossero Vivien Leigh e Clark Gable in Via col vento (1939), ma delle star rimangono solo i glitter. Due “povere creature” che invece di opporsi allo sfarzoso arazzo filmico intessuto da Fennel, sporcandolo, imbrattandolo, decomponendolo, ne rimangono prigionieri.

“Emotion is the new punk”, dichiara Guillermo Del Toro parlando del movimento romantico. Ma, ad eccezione della sua creatura angelica, in questa nuova ondata di romanticismo ottocentesco, tra il pornodivo asmatico in decomposizione del Nosferatu di Robert Eggers e il Dracula neoromantico di Luc Besson, il grande assente è proprio il desiderio.

“Così scuro che sembra che venga dal diavolo” (scrive Brontë), Heathcliff è il byronic hero per eccellenza. Come i vampiri e i “mostri” della letteratura ottocentesca, egli rappresentava lo straniero, il diverso, l’emarginato, l’altro da noi, un’anomalia che si insinua nella struttura sociale e ne sconvolge gli equilibri; non la banalità pubescente di un “amore tossico”, ma l’incarnazione di un desiderio la cui negazione e repressione non possono che trasformarlo in furia violenta, fino alla morte. Di tutto questo, in Cime Tempestose di Emerald Fennell, non ci sono nemmeno i fantasmi.