Cinquantatré minuti di intervista a tu per tu con Martin Scorsese. Cinquantatré minuti che vorremmo non finissero mai visto che al regista italo-americano non è mai mancata la generosità nel parlare delle sue opere e l’affabilità nel rivelare aneddoti e storie dietro la realizzazione dei suoi film.
Quando Scorsese parla di cinema è un fiume in piena inarrestabile e quindi si rende necessario circoscrivere l’argomento a un elemento preciso se non si hanno a disposizione giorni o settimane intere. Clara e Julia Kuperberg, come nucleo d’indagine, scelgono la musica, nelle sue numerose forme, all’interno della carriera scorsesiana e interrogano il regista sulle sue scelte, variabili a seconda delle esigenze delle singole storie. Le domande si muovono in modo lineare, partendo dagli inizi e arrivando fino a The Departed, anzi a No Direction Home, il documentario dedicato da Scorsese a Bob Dylan. L’intervista, infatti, viene registrata poco prima di una sessione dedicata alla visione di materiali d’archivio per il progetto dylaniano.
Il documentario è molto semplice: Martin Scorsese racconta la produzione dei suoi film e il loro rapporto con la musica, e intanto vediamo concretamente le sequenze citate, iconiche nella filmografia scorsesiana e ormai anche nella storia del cinema, ma riviste con una consapevolezza diversa, risignificate dalla spiegazione del suo ideatore e quindi ancora più pregnanti, incisive, travolgenti.
Rivedere la scena d’apertura di Taxi Driver ponendo attenzione alla composizione di Bernard Herrmann – morto poco dopo aver registrato la partitura jazz – non ha prezzo; così come concentrarsi sull’intermezzo della Cavalleria rusticana che apre Toro scatenato, un film pervaso dalle musiche di Pietro Mascagni, quelle musiche popolari che hanno popolato l’infanzia di Scorsese.
Non c’è una consuetudine ricorrente nel processo che porta il cineasta americano a scegliere le musiche adatte per i suoi progetti: ogni film ha le sue peculiarità e unicità. Di solito Scorsese preferisce non ricorrere interamente a musiche originali laddove non sia necessario (lo è in opere come Taxi Driver, L’età dell’innocenza, The Aviator o il recente Killers of the Flower Moon, scandito dai lampi della chitarra di Robbie Robertson) e spesso unisce fra loro stimoli diversi: musica classica recuperata dalla memoria infantile – i suoi primissimi esperimenti con una 8mm già sfruttavano autori come Prokof’ev –, sottofondi originali e brani rock.
Oltre alla mancanza di ogni indagine sui titoli degli anni ’80, alcuni dei quali sono tra i più interessanti e sperimentali nell’esplorazione dei generi all’interno della filmografia dell’autore, un luogo non indagato nel rapporto tra Scorsese e la musica è quello con la musica rock, che ha invaso il mondo e il cinema a partire dagli anni Sessanta e che ricopre un ruolo centrale nella produzione del cineasta – il quale ha dedicato numerosi documentari ai suoi miti musicali: oltre a quello già menzionato su Dylan, si vedano L’ultimo valzer sull’ultimo iconico concerto dei The Band, George Harrison: Living in the Material World e Shine a Light su un live dei Rolling Stones.
La musica rock pervade, amplifica e mitizza i personaggi del cinema scorsesiano: Jumpin’ Jack Flash degli Stones accompagna De Niro in Mean Streets, così come Sunshine of Your Love dei Cream ha creato l’iconica scena in Quei bravi ragazzi; fino alla strepitosa sequenza iniziale di The Departed con Gimme Shelter (ancora gli Stones). I casi sono molteplici e meritano a loro volta un’analisi approfondita che possa esplicitare il ruolo di quella scelta musicale nella definizione di un personaggio e nella creazione di momenti generatori di intensità e potenza evocativa all’interno dei singoli film.
Conversation avec Martin Scorsese, en notes et en images può essere integrato e può risultare parziale – come è, del resto, quasi ogni trattazione su un cineasta così stratificato e plurivoco –, ma è un documento da custodire gelosamente per ogni cinefilo e adepto al culto scorsesiano. Non appena Scorsese inizia a parlare, si viene assaliti da un impulso irrefrenabile a sfoderare il proprio taccuino e prendere compulsivamente appunti, consci di essere spettatori di una grande lezione di cinema che vorremmo non finisse mai.