È la fine degli anni Sessanta e infuria il tornado della New Hollywood. Niente più linearità della narrazione, abolizione di personaggi artificiosi e spesso stereotipati, spazio all’improvvisazione e alla spontaneità di situazioni e rappresentazioni, rifiuto di una concezione del cinema come arte che debba necessariamente intrattenere o veicolare un messaggio edificante, emancipazione di tutti quegli elementi considerati moralmente discutibili o inaccettabili da una società borghese e perbenista: insomma, il cinema europeo del Secondo dopoguerra arriva a Los Angeles.

Nel 1969 un film simbolo di questo nuovo modo di fare cinema come Easy Rider mette in luce il talento di Jack Nicholson ed esattamente un anno dopo per l’attore del New Jersey arriva il primo grande ruolo da protagonista in Cinque pezzi facili di Bob Rafelson, un altro manifesto della New Hollywood e pietra miliare di una carriera che ha pochissimi eguali per continuità, intensità e qualità.

Nicholson è Bobby Dupea, un giovane benestante che si allontana da una famiglia rigida e opprimente – la quale, non a caso, vive separata snobisticamente dal mondo in un’isola dove la realtà sembra immutabile e cristallizzata – per uscire dalle catene sociali che gli erano state imposte (una carriera da pianista) e per conoscere sé stesso.

Il primo terzo di film ci mostra un personaggio scostante che lavora come operaio nella trivellazione del petrolio, vive relazioni sociali superficiali e insoddisfacenti e frequenta Rayette (Karen Black), una ragazza di sentimenti puri, ma opprimente nel suo ingenuo innamoramento. Bobby non ricambia, la tratta male, ma non riesce nemmeno a lasciarla, costantemente incapace di prendere una decisione sulla sua vita.

Bobby è un misogino, come tanti dei personaggi interpretati da Nicholson, soprattutto nella prima fase della sua carriera. A tale proposito, è sempre interessante rivedere questi classici della storia del cinema a distanza di così tanti anni. Alcune cose ci fanno storcere il naso e ci irritano più di quanto sarebbe successo qualche decennio fa: il tempo inevitabilmente cambia la ricezione di un film. E capita spesso che i personaggi della New Hollywood, sciolti da ogni vincolo morale o sociale, oggi ci risultino meno digeribili. Ma questo è un tema che porterebbe lontano. Misoginia a parte, Bobby possiede una sensibilità intellettuale ed emotiva che, unita a un’insicurezza dilagante innestata su una profonda crisi identitaria, lo porta a essere una personalità ingovernabile. Alterna momenti di pensosità a scatti d’ira, violenti scontri verbali a periodi di tranquillità e moderazione.

La scoperta della grave malattia del padre e quindi il forzato ritorno all’asfittico nido famigliare potrebbero essere il confronto catartico necessario per risolvere i nodi irrisolti (qualcosa di simile avviene in un film molto diverso come Magnolia, nel personaggio interpretato da Tom Cruise). Ma niente di tutto questo avviene. La permanenza nella casa paterna non è che una conferma della sua estraneità a quel contesto socioculturale nonché emotivo: Bobby è un alieno in mezzo alla sua famiglia e lo scontro col padre risulta infine mancato, reso impossibile dalla paralisi sopravvenuta. In una scena centrale verso la fine del film, il protagonista confessa al padre il suo disagio interiore, ma non può ricevere risposta e non può che interpretare arbitrariamente le reazioni facciali dell’ormai estraneo che si ritrova di fronte.

È il trionfo dell’incomunicabilità e viene pertanto naturale intendere Cinque pezzi facili come una rilettura della poetica di Antonioni all’interno della New Hollywood (la cui forte influenza, insieme a quella di Bergman, Rafelson non ha nascosto) e un'anticipazione del Nicholson di Professione: reporter. Il film finisce così com’è iniziato; anzi, se possibile, la crisi del personaggio è persino più estesa e caratterizzata da una solitudine irrisolvibile che si esplicita nell’ennesima fuga dalla realtà, ancora più remissiva e disperata.

Il nuovissimo restauro in 4K operato sul negativo originale 35mm permette di apprezzare la nitidezza di un maestro della fotografia come László Kovács e lo sguardo di Rafelson che alterna mezzi primi piani sui volti dubbiosi dei personaggi e campi lunghi che catturano lo smarrimento esistenziale del protagonista.

Lo spettatore – e qui è necessario fare un esercizio di immedesimazione con quello che è stato il pubblico dell’epoca – non vede più sullo schermo personaggi ideali di cui sognare la vita, ma vede un uomo a volte affascinante a volte irritante, sicuramente fragile e per questo autentico. Lo spettatore, così come fa Bobby nell’ultima scena, si trova di fronte sé stesso, come allo specchio. Vede e, forse, prende coscienza dell’uomo in evoluzione del secondo Novecento: una figura sempre più fagocitata e messa in crisi dall’alienazione e dall’individualismo del modello capitalistico.