Da sempre il cinema è stato capace di intercettare lo zeitgeist e rappresentarlo a schermo, ma raramente negli ultimi anni si è visto un filo rosso così spesso legare tra loro i film della mostra di Venezia. C’è un senso di fine imminente a permeare le opere presenti quest’anno al festival, un risentimento verso il fallimento delle istituzioni, verso il sempre più ampio divario di classe, le ingiustizie sociali e l’incertezza nei confronti del futuro. E ci si ritrova dunque ad assistere a due pellicole realizzate da grandi autori che, seppur con numerose ed evidenti differenze, sembrano condividere la stessa storia.

Ma se Bugonia di Lanthimos si serve dell’astrazione e la metafora per raccontare il folle piano di un uomo convinto che il CEO dell’azienda per cui lavora sia un alieno, Gus Van Sant si rifà a una storia realmente accaduta. E pur inscenando un avvenimento del passato è lo stesso regista, così come il cineasta greco, a riconoscere durante la conferenza stampa i rimandi all’attualità e la ciclicità di determinati avvenimenti capaci di esprimere sintomaticamente un certo sentore collettivo.

È infatti difficile non pensare a Luigi Mangione guardando Dead Man’s Wire e dunque immaginare un parallelismo tra quanto accaduto l’anno scorso e le azioni commesse da Tony Kiritsis nel 1977, il quale, sentendosi tradito e truffato dalla banca che gestiva il suo mutuo, ne rapì il presidente. Van Sant torna dunque alla cronaca, alla violenza istintiva e al rapporto con i media, trattando il tutto però con un’ironia inaspettata, pur restando tagliente e affilato.

D’altro canto sarebbe difficile rapportarsi alla vicenda con uno sguardo drammatico e votato alla tragedia, laddove il protagonista della storia ordisce un piano talmente bizzarro e sconclusionato da far quantomeno sorridere. La “brillante” idea di Kiritsis si limitava appunto al rapimento di un uomo e alla denuncia, in assenza totale di prove, del danno da lui subito, nella speranza di essere acclamato dalla massa, immune a un regolare processo giudiziario e ricompensato con ben 5 milioni di dollari.

Per fare ciò costruì un marchingegno che, cinematograficamente, si pone come il perfetto strumento per la costruzione della tensione narrativa. Il tutto consisteva in un filo di ferro legato al collo dell’ostaggio e a un fucile a pompa tenuto in mano dall’aggressore, tale per cui qualunque tentativo di fuga o assalto ai danni del rapitore avrebbe causato uno sparo e il conseguente spargimento di materia grigia.

Ciò che sorprende maggiormente della vicenda è però la tenerezza trasmessa dall’uomo che impugna l’arma, la cui disperazione è così comprensibile (e attuale) da renderne difficile l’antagonizzazione. Kiritsis difatti, nonostante l’evidenza della situazione, non appare mai come una persona violenta e anzi, la sua inettitudine va di pari passo con un riconoscimento da parte dell’intera cittadina del carattere bizzarro ma tutt’altro che incline all’omicidio.

Ciò che lo muove, e che è chiaro a tutti polizia compresa, è una sfiducia totale nei confronti della giustizia e dunque l’urgenza di applicarla in maniera individuale, così da dimostrare al mondo il torto subito e ottenere una sorta di riscatto morale, più che economico. Non è un caso se chiede più volte la mediazione del DJ che ama ascoltare alla radio, quello che lui identifica come la voce del popolo e che (ingenuamente) reputa imparziale al punto da essere l’unico capace di comunicare e comprendere la sua situazione.

Come dicevamo, Van Sant non lesina nel mostrare la ricostruzione (o sarebbe meglio dire manipolazione) dei fatti operata dai media, i quali sono interessati unicamente a vendere la sua storia, più che riportarla in maniera veritiera (altro tema ricorrente nella selezione di quest’anno). Proprio quest’ultimo aspetto ci appare però come il più sacrificato. In fin dei conti il tema è chiaro, ma colei che incarna il rapporto tra la verità dei fatti e la narrazione che ne viene data si limita ad avere un ruolo fin troppo marginale.

È evidente infatti l’intenzione di rappresentare una persona interessata non tanto al valore drammatico e politico della vicenda, quanto più alle opportunità di carriera che le potrà concedere, ma il tutto è ridotto al suo arrivismo rendendo dunque il personaggio uno sterile veicolo di messaggio.

Il povero Tony, interpretato da un Bill Skarsgard che dovrebbe ricevere decisamente più riconoscimento, è quindi incompreso da tutti e l’unico a provare sincera empatia verso di lui è forse proprio la vittima, testimone della reticenza paterna nell’ammettere la truffa e dunque del disinteresse nei confronti della sua incolumità. Sfortunatamente, infatti, Kiritsis rapisce un fantoccio, mentre il vero capo dell’azienda, padre dell’ostaggio, si rilassa in vacanza. Ciò che emerge a fine visione allora è uno scenario tragicomico e pur essendo la storia ambientata circa 50 anni fa, la negazione totale dei fatti, supportata dalla disinformazione e dal voluto disorientamento mediatico risuona estremamente attuale.

Così, nonostante la pellicola si chiuda su una nota dolce e positiva, è difficile lasciare la sala senza ripensare a quanto visto (un attimo prima e durante il festival tutto) con timore verso ciò che ci aspetta.