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“Il filo del ricatto” che cuce passato e presente

Gus Van Sant torna con Il filo del ricatto nel decennio che con gli anni Novanta dei giovani grunge di Seattle e Columbine più lo rappresenta, cucendo idealmente i due sentieri filmici del suo cinema. Il suo personale debito verso il cinema prodotto e ambientato in quella decade è poi saldato dalla più che ironica presenza di Al Pacino nel ruolo del direttore della società sotto scacco, specularmente opposto a quello che lo vide nel 1975 rapinatore della banca in Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet, modello cinematografico cui è rivolto qui lo sguardo del regista.

“Dead Man’s Wire” tra ricorsi storici e cinematografici

È infatti difficile non pensare a Luigi Mangione guardando Dead Man’s Wire e dunque immaginare un parallelismo tra quanto accaduto l’anno scorso e le azioni commesse da Tony Kiritsis nel 1977, il quale, sentendosi tradito e truffato dalla banca che gestiva il suo mutuo, ne rapì il presidente. Van Sant torna dunque alla cronaca, alla violenza istintiva e al rapporto con i media, trattando il tutto però con un’ironia inaspettata, pur restando tagliente e affilato.

“Don’t Worry” e quel luogo tra reale e immaginario

Van Sant ama spesso abitare quel luogo situato fra il reale e l’immaginato. Un luogo dove l’invenzione fantasiosa, spesso allegorica o metaforica, carica il dato reale di significati problematici e rende gli aspetti più irreali e immaginativi, tangibili e concreti. Ne diede prova in modo plateale con Last Days (2005), e più recentemente con L’amore che resta (2011), fino a farne quasi una dichiarazione di poetica con il suo ultimo film, La foresta dei sogni (2015), dando a quel luogo addirittura una dimora fisica e attraversabile. Non di meno, anche in questa pellicola, certamente un biopic rigoroso e aderente ai fatti reali, è emblematica l’ombra di una mano che compare ad un certo punto, sulla spalla del protagonista: un evento irreale ma non per questo meno vero nella mente del protagonista.