Reo di aver girato film troppo poco convenzionali, a Seijun Suzuki viene imposto dalla Nikkatsu un budget risicato per la produzione di Deriva a Tokyo, e per tutta risposta il regista realizza uno yakuza movie surreale e, ancora una volta, anticonvenzionale.

Il racconto del vagabondaggio di “fenice” Tetsu, ex yakuza braccato da un clan rivale per la sua fedeltà al suo vecchio boss, fornisce a Suzuki il pretesto per indagare e parodiare l’incertezza esistenziale di quegli anni. Il suo protagonista è un emarginato, un passatista che sostiene i nuovi affari “puliti” del suo capo, salvo poi scoprire che le logiche del business sono le medesime della malavita, e che perfino la propria sopravvivenza può essere ridotta a merce di scambio.

La sobrietà di Tetsuo si staglia visivamente fra architetture espressioniste e scenografie coloratissime, ambienti e oggetti artificiosi, fieramente esibiti per il gusto di una modernità autocelebrativa. La regia di Suzuki e la fotografia di Shigeyoshi Mine esasperano ulteriormente il senso di straniamento con movimenti di macchina e angolazioni di riprese innaturali, contrasti cromatici e tagli di ombre nettissimi, ripetute derive stilistiche verso il musical.

Suzuki attinge a piene mani anche dall’iconografia western, ad esempio nelle sequenze ambientate nell’innevato nord o, ancora più esplicitamente, in quella farsesca del “western saloon”, con tanto di scazzottata che distrugge il locale e con il ricorso a comparse occidentali.

Suzuki tinge di ridicolo il consumismo e di riflesso il mondo yakuza, anticipando gli eccessi di Gozu o Dead or Alive di Miike. Nel giro di due anni avrebbe pagato cara la propria ecletticità: la Nikkatsu lo licenzierà dopo l’uscita del suo capolavoro, La farfalla sul mirino, e seguiranno dieci anni di allontanamento dalla regia.

Gli anni Sessanta furono un periodo di profonda crisi per l’industria cinematografica giapponese: la contrazione di pubblico dovuta all’avvento massiccio della televisione e il costo dei biglietti sempre più alto (triplicatosi nel giro di pochi anni) inficiarono i profitti delle majors che, di conseguenza, spinsero per produrre opere a basso costo con una forte componente d’exploitation. Lo stesso Suzuki aveva girato il primo film mainstream giapponese con scene di nudo, Barriera di carne, e nel giro di poco sarebbe esplosa la produzione di pinku-eiga (controparte orientale del genere erotico) come Vagabondo del sesso di Kōji Wakamatsu e Black Snow di Tetsuji Takechi, prodotto sempre dalla Nikkatsu.

Non solo la strategia commerciale non funzionò sul lungo termine, finendo piuttosto per aumentare la disaffezione del pubblico, ma a pagarne il prezzo furono quegli autori ostracizzati per uno stile troppo personale ed economicamente rischioso, come successe a Shōhei Imamura, licenziato sempre dalla Nikkatsu dopo l’insuccesso di Il profondo desiderio degli dei.

Riabilitato e riscoperto con ammirazione in seguito, Suzuki con Deriva a Tokyo anticipa, forse inconsapevolmente, la sua stessa biografia: quella di un uomo cocciuto allontanato per la sua personalità e per maldestre macchinazioni economiche.