Die Frau am Weg di Eduard von Borsody esce in un anno decisivo per il cinema austriaco, il 1948. Un anno importante per due principali ragioni: da un lato, chiude la fase iniziata nel 1945, durante la quale era proibito esportare in Germania i film prodotti in Austria e quindi il cinema austriaco si rivolgeva essenzialmente al mercato domestico; dall’altro, segna il decimo anniversario dall’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Die Frau am Weg tematizza il periodo della presenza tedesca sul territorio austriaco in una storia che, come il coevo Die Sonnhofbäuerin, si svolge in un luogo apparentemente lontano dal dramma della guerra, le montagne del Tirolo. Qui vive Christine, insieme a suo marito, un funzionario della dogana. La sua vita tranquilla è sconvolta dall’arrivo di un prigioniero politico in fuga, ricercato dai nazisti. Christine decide di aiutarlo a fuggire oltre il confine svizzero, all’insaputa del marito.

Die Frau am Weg è un film importante per l’Austria del dopoguerra, perché mette il paese di fronte alle sue colpe; dalla pellicola emerge l’immagine di un’Austria complice dei terribili atti compiuti dai nazisti, un’Austria in cui la realtà dei campi di concentramento era ben nota e accettata dalla popolazione. In tal senso, il film di Eduard von Borsody appare quindi come il tentativo di riabilitare un paese colpevole, attraverso la figura di Christine, personaggio che mette a rischio se stessa per salvare un uomo dalle atrocità che lo attendono.

Così come tanti altri Heimatfilm del periodo, la pellicola è ricca di momenti leggeri e comici, che fanno da contrappunto ai toni più drammatici. Soprattutto nei primi minuti, Die Frau am Weg sfoggia un’ambientazione colorata e solare e mostra una vita, quella dei protagonisti, che appare il più lontano possibile dalla realtà della guerra. Rispetto a Die Sonnhofbäuerin, però, la presenza del dramma è nettamente più centrale: il registro drammatico irrompe nel film già nella prima metà, nella scena in cui Christine vede passare il treno che trasporta i prigionieri verso i campi di concentramento. Anche se la scena dura pochi istanti e visivamente contiene pochi elementi d’impatto, si respira la memoria drammatica del trauma della deportazione.

Da lì in poi il racconto procede tra incursioni nel noir e svolte melodrammatiche, dove la fuga del prigioniero e la sua ricerca da parte dei nazisti diventa il fulcro del racconto. I tentativi di Christine di proteggere l’uomo e di nasconderlo da suo marito appaiono quindi i tentativi del popolo austriaco di rimediare alle proprie colpe. Chi, come la donna, decide di reagire all’ingiustizia si salva; chi invece, come suo marito, obbedisce ciecamente agli ordini finisce per soccombere.

Tuttavia, la posizione del film non è espressamente politica, il nazismo viene raccontato come un’entità non politica, perché non umana. Nei pochi momenti in cui i nazisti sono presenti in scena, la macchina da presa li inquadra di tre quarti, da angolazioni innaturali, mai a figura intera, mettendone in evidenza i simboli e le ombre. Sono gli unici momenti in cui la regia si rivela, smette di farsi invisibile, e in questo modo racconta i nazisti de-umanizzandoli e mettendoli in opposizione con la protagonista. È con questa scelta registica che Die Frau am Weg afferma definitivamente il suo rigetto dell’ideologia nazista; ed è indicativo in tal senso il testo che apre il film, che mette in relazione la storia di Christine, una storia propriamente austriaca, con gli altri territori in cui c’è stata la guerra. Die Frau am Weg diventa così un racconto universale, un avvertimento tramite immagini destinato ai posteri.