Esiste una risata che sopravvive alla catastrofe, carnascialesca nei termini di Michail Bachtin, e una che nella catastrofe si adagia, di novecentesco fragore, tragica nel suo eterno ritorno. Forse, nel paesaggio letterario latinoamericano che sostiene lo sguardo del viandante al chiuso proprio del messicano Alejandro González Iñárritu, pulsa anche la lucidità ombrosa e fantastica di Adolfo Bioy Casares, che in El gran Serafín (1967), in mezzo a una profana apocalisse, fa ammettere al suo protagonista: “Scherzo per distrarmi, perché sono un codardo”.

Né farsa né satira (secondo un aut aut rilanciato nel film), Digger è specchio deformante e clownesco di una civiltà che si rispecchia nelle arti (teatro, cinema) senza scorgere se stessa, che in un lauto ghigno esorcizza lo straniamento in un’altra, folle quarta parete.

Dietro i fasti decadenti e scostanti (anche nei risvolti al botteghino) dell’opera-mondo in rovina, non c’è Digger, il petroliere manipolatore reo di un cataclisma ambientale artico, un Jean Paul Getty amorfo e lattiginoso che dei texani non eredita neppure i proverbiali occhi di ghiaccio; né, alle radici oligarchiche del potere del disaster movie, svetta la stanza dei bottoni della governance statunitense, in cui il grottesco kubrickiano di Il dottor Stranamore si assopisce come bagliore lontanissimo, schiantato dalla plumbea rarefazione della fotografia di Emmanuel Lubezki, perché qui l’anti-postcapitalismo manualistico incornicia un dramma umanitario, ancor prima che economico.

Digger, pertanto, questo giro di boa nel baratro (non solo ecologico) insito in noi, che esordisce con lo spettro narrativo di Quarto potere e contempla senza ovvie speranze Vogliamo vivere!, si struttura nella planimetria faraonica del film-dedalo borgesiano di difficile entrata e facile uscita (se si pazienta fino all’ultima inquadratura), con un preludio assertivo per lo spettatore: in o out. In sottotraccia, il paradigma di un affresco geopolitico a cerniera, tra un passato prossimo convulso e un presente sinistramente insulso, già praticato da David O. Russell con Amsterdam e Ari Aster con Eddington, sempre con gli esiti ricettivi degli incompresi, che dalla bruttezza del reale estrapolano un’estetica non sublimante.

Alla fluidità fluviale, tentacolare e intimistica di Birdman, qui Iñárritu oppone la frantumazione in continuità, la compattezza spaziale caleidoscopica e funambolica, il kammerspiel esponenziale dell’impossibile: [da qui spoiler] attraverso la metacognizione del riallestimento odierno di uno spettacolo storico e long seller su Digger (Follie fossili), la teatralità scenica così esuberante e centripeta suggella l’unica bomba atomica che è quella del potenziale cinematografico tout court, si certifica filtro brechtiano, schiude in scatole cinesi il crepuscolo del (nostro) tempo, come il bellissimo e reietto Asteroid City di Wes Anderson, ma senza la sua turchese malinconia del vivere.

Fissità dell’umano e irruenza della natura: fra queste cifre espressive Digger, ennesima operazione di kolossal d’essai dopo Villeneuve e Nolan, interiorizza il suo estro divisivo, la sua polarizzata e conscia ambizione. Da una parte, un portentoso production design di nature morte, trompe-l’oeil, gabinetti delle non-meraviglie, gerarchi militari di cera, il manichino elettronico della moribonda gatta Maggie, l’unica a odorare di organicità, seppur in putrefazione; dall’altra, la frattura e il viaggio transoceanico di un’enorme piattaforma di ghiaccio con un effetto domino internazionale, un’immagine differita da schermi digitali e mediali che cristallizzano e distanziano l’esistente.

E da un vettore all’altro, lui: Digger, con un protagonismo mai centrato, tra una Storia in loop su se stessa per colpa di Stati Uniti, Russia e Cina, le angolazioni prospettiche in VistaVision senza vie di fuga, lo scroscio di un finissimo sound design perturbante, location destrutturate in un’enfasi picassiana. Lui, Tom Cruise, mattatore in una performance totalizzante ma non prevaricante, al riesame dello star power dopo un ventennio di latitanza dall’art film, che, come icona-demiurgo dei box office globali e di discusse filosofie, si fa inscrivere da un sornione Iñárritu in un magnate istrionico, impotente burattinaio del mondo.

Ecco un salto ben oltre quelli degli action movie di Cruise, nell’opacità di un duplice ruolo senza personaggio, quello di un miliardario solo “recitato” sul proteiforme palcoscenico e quello del suo interprete senza biografia, Curtis Markson, assillato per una figlia dispersa. Un lutto transitorio per un mancante ricongiungimento paterno, la sindrome di Telemaco inversa tanto coltivata dal recente blockbuster d’autore, nonché una costante nella filmografia del divo, con un involontario aggancio al suo chiacchierato privato.  

Non è tuttavia la Hollywood più astrale a riscattare l’imprudente, obliqua e sgraziata visionarietà di Digger, che rivendica fino ai titoli di coda un sardonico pessimismo sociale inappellabile, fino a dispiegare la distopia dell’arte e l’epitaffio del cinema stesso. Né uomini né topi (nonostante le grigie maschere antigas), i superstiti non contano più sugli affetti canini di Amores perros o sui supereroi piumati (Birdman); l’unico correlativo di questo bestiario latinoamericano è una gatta esanime con la sua eterocromia oculare, in cui il film, con la sua alterità sempre al bivio, può riflettere compiutamente se stesso.