Un viaggio alla ricerca delle proprie radici, un ritorno impossibile alla madre. Un viaggio che conduce a se stessi, a ciò che poteva essere e non è stato. È la storia di Mirela, bosniaca di origini, ma romagnola di adozione. Nel 1992, arriva in Italia con altri sessantasei bambini per salvarsi dalla guerra che funesta la sua città natale, Sarajevo. Da allora, Mirela non vi fa più ritorno, costruendosi una vita in Italia. Ora vive a Rimini insieme al marito e ai due figli, ma sente forte il desiderio di conoscere quella parte di sé legata alla sua terra d’origine a cui è stata strappata in modo così brutale. Decide quindi di intraprendere un viaggio che la porterà sulla sponda opposta dell’Adriatico, in Bosnia ed Erzegovina.

Dom, che dà il titolo al film, fa riferimento a Dom Bjelave, l’orfanotrofio che l’ha accolta prima di arrivare in Italia, ma significa anche “casa” in molte lingue slave, evidenziando il senso di appartenenza che ricerca Mirela. La protagonista si ritrova così a camminare per le strade di Sarajevo come se non se ne fosse mai davvero andata, seguendo un percorso a ritroso nel passato, a partire dai ricordi che la legano all’istituto. Il suo viaggio intimo e personale si trasforma nel tentativo di ritrovare la sua identità originaria perduta, di colmare il senso di vuoto che caratterizza la sua esistenza.

Il regista traduce la frattura identitaria in scelte formali precise e coerenti. Il formato 4:3, invece di aprirsi al presente, sembra rinchiudere l’immagine nel passato, come in un vecchio album fotografico. Le immagini sono compresse in una cornice e questa costrizione visiva riflette il trauma di Mirela, che trattiene tutto dentro di sé. L’effetto è ulteriormente accentuato dalla camera a mano, che si avvicina ai volti dei personaggi, e dalla grana dell’immagine, tipica dei filmati antichi.

La stessa forma documentaristica del film si fa strumento di introspezione come se fosse un diario personale; mentre la struttura temporale riflette i contrasti interni di Mirela, divenendo una rappresentazione universale del modo in cui la mente umana esperisce il trauma. Il tempo non è lineare ma filtrato dalle ferite passate della protagonista che irrompono in un presente già frammentato. I ricordi della donna e i racconti dei vecchi amici che incontra sono costantemente interrotti, rimossi e, allo stesso tempo, intrecciati ai filmati d'archivio, sia storico che personale.

Il suo forte attaccamento alle fotografie dell’infanzia e del suo arrivo in Italia si traduce in dei parallelismi visivi tra esperienze presenti e video del passato. Il regista e gli spettatori accompagnano così Mirela nel processo di elaborazione e ricostruzione del trauma, assistendo al progressivo passaggio semantico dall’idea rassicurante della propria terra d’origine come rifugio ideale a fonte di smarrimento.

Il silenzio della madre – emblema dell’impossibilità di riconciliazione di sé – diventa il silenzio della patria che ha abbandonato una generazione di migranti, costretti a inseguire un desiderio di appartenenza che nessun luogo può soddisfare.

(L'articolo è stato scritto insieme a Elena Musolino e Carolina Piletti)