Si chiama Dreams, ma il titolo potrebbe anche fare a meno della esse finale, ad amplificare la sua portata programmatica sul film. Che comincia infatti nella visione onirica di una scalinata vuota e avvolta nella nebbia, e con la voce narrante in prima persona di una ragazza che si rivolge apertamente al pubblico, con la confidenza con cui un adolescente parlerebbe fra sonno e veglia al proprio diario, all’insegnante del cuore o a un terapeuta.

In effetti, la narrazione che si dipana senza soluzione di continuità sulle immagini nei primi minuti di Dreams, ricca di riferimenti letterari e di scene in cui Johanne è immersa nella lettura o nel sonno che spesso la inframmezza, si fonda su un’intimità che la giovane sembra cercare con convinzione in noi, di contro ai dubbi sull’attendibilità di ciò che racconta che intanto germogliano e prendono forma.

Sono simili a quelli della nonna di Johanne, poetessa, e di sua madre, chiamate poi e in quest’ordine a leggere il manoscritto-confessione che la ragazza consegna loro dopo averlo custodito per un anno dentro a una chiavetta, ci dice, lo stesso cui noi abbiamo appena avuto accesso da spettatori, e che racconta del suo innamoramento per la nuova professoressa di francese del liceo.

È un rilancio continuo di enunciazioni filmiche e verbali quello scelto dal regista norvegese Dag Johan Haugerud, fresco vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, per il suo Dreams orchestrato su tre piani: il piano delle immagini, quello del racconto - o dei plurimi racconti - in voce over e quello mutevole del rapporto fra le prime e il secondo, commento ad esse o loro emanazione, a tratti forse mendace.

Racchiudendoli entrambi in un suggestivo meccanismo a scatole cinesi che confonde l’ordine del tempo proprio come dentro a un sogno, Haugerud dà al film un’impronta sia concettuale sia di atmosfera, ma dimentica di far prendere davvero vita ai personaggi. Ed è un peccato, perché il suo trattato sulla narrazione trova di fatto i momenti migliori quando il regista lascia libera la sua capacità di costruire scene di calore familiare e intimità.

Più ancora che nell’ovattato appartamento dell’insegnante di Johanne, nella baita in cui mentre la mamma legge rapita il manoscritto della ragazza, la figlia, accanto a lei, continua a scrivere dei suoi sentimenti non su carta, ma su chat, e la sua voce legge a noi le pagine in mano alla madre.

Inevitabile che l’artificio dietro cui Haugerud si trincera gli impedisca di risolvere davvero il film. Trattenuto quanto lo si può essere quando manca la giusta fiducia nel mezzo che si è scelto, il regista, anche sceneggiatore, resta indeciso fra il racconto di formazione, il dramma alla Strindberg, l’incursione inquietante nella mente di un’adolescente manipolatrice o manipolata e il ritratto generazionale di tre, o magari cinque, donne nella multiculturale Oslo dei nostri giorni.

Per i prossimi film, vorremmo solo ricordargli che al cinema non chiediamo cubi di Rubik, ma storie emozionanti benché imperfette.