“Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa”.

Louis-Ferdinand Céline, Guerra

 

L’esperienza insanabile e incancellabile della guerra - che come ricorda Céline entra nel cervello dell’uomo e se lo mangia  - non ammette troppe retoriche, ma può - e forse deve - essere raccontata.

Dalton Trumbo scrive il suo romanzo E Johnny prese il fucile nel 1939 ispirandosi alla storia vera di un soldato americano in missione in Francia durante la prima guerra mondiale, che nella finzione diventa Joe. Pochi anni prima Louis-Ferdinand Céline scrive il romanzo di ispirazione autobiografica Guerra, ambientato durante lo stesso conflitto che ha per protagonista il soldato francese Ferdinand. Joe e Ferdinand sono giovanissimi, arruolati nella stessa guerra ma su fronti opposti. Entrambi feriti finiscono all’ospedale, con la guerra chiusa per sempre nella testa.

Il romanzo di Céline viene però pubblicato postumo solamente nel 2023: mentre si guarda la versione restaurata della trasposizione cinematografica di E Johnny prese il fucile, le pagine dello scrittore francese risuonano in sottili ma profonde corrispondenze.

Durante l’ultimo giorno della prima guerra mondiale sul fronte francese, il giovane soldato Joe Bonham (Timothy Bottoms) ha un appuntamento col destino: colpito da una bomba, rimane gravemente ferito. Sopravvissuto miracolosamente all’esplosione viene soccorso ma mutilato di braccia e gambe. Sul suo volto si è aperta una voragine che gli ha inghiottito occhi, naso e bocca e lo ha reso sordo.

Fra la prima uscita del romanzo di Dalton Trumbo E Johnny prese il fucile e quella dell’omonimo film (1971), diretto e sceneggiato dallo stesso autore, passano oltre trent’anni, durante i quali il testo diventa quasi l’unica ragione di vita dello sceneggiatore, regista e scrittore statunitense. Famoso membro della Hollywood Ten - i dieci professionisti del cinema che nel 1947 si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione per le attività antiamericane - Trumbo fu condannato a undici mesi di prigione per resistenza al Congresso e fu poi inserito nella lista nera di Hollywood.

Nella realizzazione del film Trumbo si mantiene molto fedele al romanzo, e dopo una prima apertura sui titoli di testa con spezzoni di filmati d’epoca che mostrano l’entusiasmo prebellico, ci scuote con un’esplosione annunciata da un sibilo: insieme alla retorica militare salta per aria anche il corpo di Joe, che peraltro non vedremo mai per tutto il film perché sempre coperto da lenzuola e maschera (mentre le sembianze del protagonista le ricostruiamo grazie ai frequenti flashback).

La prima inquadratura riprende tre facce che emergono dal buio e da dietro maschere e camici osservano quel che è rimasto di Joe. Come in una dimensione spaziale sconosciuta, i medici astronauti studiano una nuova forma di vita: un morto che incredibilmente vive. Lo stesso Trumbo di fatto colloca il suo protagonista in un limbo sospeso: Joe non appartiene più al mondo dei vivi ma nemmeno a quello dei morti e la sua voce risuona solo nella sua mente. Questa dicotomia che divide il romanzo in due parti - dal titolo appunto “I morti” e “I vivi” - la ritroviamo anche nel film, dove le riprese dedicate al presente in ospedale sono in bianco e nero e quelle legate al passato e ai sogni sono a colori.

Mentre prende lentamente coscienza di quello che è successo al suo corpo, Joe alterna ricordi della sua vita precedente a visioni oniriche, rese con sequenze che risentono dell’influenza di Luis Bunuel (a cui inizialmente era stata proposta la regia). I ricordi in alcuni momenti toccano un lirismo a tutt’oggi intatto, come accade nella scena in cui Joe perde una canna da pesca che termina con uno struggente dialogo d’addio fra padre e figlio.

Le visioni ci trasportano invece dentro a incontri surreali, a tratti ironici e iperbolici, come quello con un giovane e biondo Gesù Cristo (Donald Sutherland) in tunica, che gioca a carte e traghetta anime guidando un treno di morti. Grazie al doppio canale narrativo che si divide fra passato irrimediabilmente perduto e presente claustrofobico, Trumbo riesce a rendere bene l’angoscia e l’orrore di una giovane vita ridotta a inerme pezzo di carne.

Dopo diversi anni in ospedale e grazie alle premure di una sensibile infermiera, Joe riesce però a escogitare un sistema per comunicare con l’esterno sbattendo la testa sul letto e mimando il codice Morse. Interrogato dai medici il paziente chiede di essere mostrato al mondo per portare la testimonianza dell’inutilità e dell’orrore della guerra ma nel momento in cui gli viene negata questa possibilità - perché contraria al regolamento - esprime la sua volontà a essere ucciso. Nonostante l’infermiera cerchi di accontentarlo, il tentativo di eutanasia viene sventato e Joe rimane prigioniero del suo limbo, del suo grido di aiuto inascoltato, del suo spazio privato in cui onore, gloria, patria, democrazia, libertà non valgono una vita umana.

E Johnny prese il fucile ebbe un significato diverso per tre guerre diverse - scriveva Dalton Trumbo nella prefazione della seconda edizione del suo romanzo uscita nel 1959 - Il suo attuale significato è quello che ciascun lettore intende dargli, e ogni lettore è profondamente diverso da qualsiasi altro lettore, e per di più ognuno nel suo intimo cambia e si trasforma. L’ho lasciato così com’era per vedere che cos’è”.

Ecco, a distanza di oltre cinquant’anni rivedere la pellicola tratta da questo romanzo ci pone davanti allo stesso quesito. Cos’è questo film? Banalmente potremmo rispondere che è un film pacifista, in modo estremo, totale, senza possibilità di appello.

Potremmo aggiungere che col suo messaggio ha attraversato generazioni e guerre, dagli anni ‘70 fino ai nostri giorni, spaziando dal cinema al fumetto fino ai video clip: nel 1973 Bonvi crea un personaggio ispirato a Joe per il suo fumetto Sturmtruppen, nel 1989 i Metallica acquistano parte dei diritti del film per il loro video musicale One che contribuisce a rilanciare il successo della pellicola. Ma in realtà E Johnny prese il fucile è qualcosa di difficilmente definibile. È esso stesso domanda che rimane senza risposta  - come quella di Joe sul suo letto d’ospedale - cui forse solo le espressioni artistiche possono dare forma e sostanza.