Sebbene Bradley Cooper sia soltanto alla terza opera come regista, è già possibile tracciare un fil rouge che lega questo terzetto di pellicole distinte, composto da un singing movie (A Star Is Born), un biopic (Maestro) e una comedy of remarriage (È l’ultima battuta?). In tutte c’è un tentativo di scandaglio della vita di coppia, di comprendere quell’alchimia che sorge, s’instaura e s’incrina tra un lui e una lei, divenendo appunto pivotale in questa sua ultima opera.

Ciò anche a conferma di come il ménage matrimoniale sia un argomento sensibile nella cinematografia americana, espresso attraverso diversi generi, come a segnalare una costante urgenza di anamnesi narrativa. Divenendo peculiare nella decade degli anni Novanta del secolo scorso, che si apre con Harry ti presento Sally (1989) di Rob Reiner, prosegue con Mariti e mogli (1992) di Woody Allen e si chiude con gli antistanti Storia di noi due (1999), romcom matura diretta sempre da Reiner, ed Eyes Wide Shut (1999), tetro dramma di Stanley Kubrick. Nel mezzo molti altri frammenti amorosi, tra cui Casinò (1995) di Martin Scorsese

È l’ultima battuta? scritto da Will Arnett, Mark Chappell e Bradley Cooper, ispirandosi al vissuto dello stand up comedian John Bishop, si aggrega a questo trascorso cinematografico, attingendo – in parte – da esso. È come se si sviluppasse il monologo iniziale di Alvy Singer nell’incipit di Io e Annie (1977) di Woody Allen: “Annie e io abbiamo rotto e io ancora non riesco a farmene una ragione. Io... io continuo a studiare i cocci del nostro rapporto nella mia mente e a esaminare la mia vita cercando di capire da dove è partita la crepa, ecco... Un anno fa eravamo innamorati, sapete. È strano, non sono il tipo tetro, non sono il tipo deprimente. Io, io, io... sono stato un bimbo ragionevolmente felice, credo”.

Come lo stand up comedian Singer, anche Alex Novak (Will Arnett) cerca di esaminare i frammenti della rottura di un matrimonio che ha retto per ben 20 anni e generato due figli. Se la separazione pare pacifica, di comune accordo come si vede dalle battute iniziali, permane però nel protagonista quell’insoddisfazione di comprendere il perché la relazione si sia schiantata. E quelle ultime due battute proferite da Singer a favore di close-up sono similari ai primi titubanti mottetti di Novak sul palco di un pub con Open Mic, nel quale temeraria gente comune si esibisce come provetta cabarettista.

Alex diviene stand up comedian – sempre più richiesto – casualmente, per non pagare i 15 dollari per un cocktail, necessario per annegare l’amarezza della crisi che lo sta avvolgendo. Ma per lui questo improvvisato hobby diviene fondamentale nel suo percorso di rigenerazione, d’indagine sui cocci matrimoniali. Declinando le facezie di vita di coppia in battute comprende più rapidamente l’assurdità di certe dinamiche relazionali e della pericolosità di certi dubbi esistenziali che sovente affossano il ménage mettendolo sotto pressione.

Da questo punto di vista narrativo, È l’ultima battuta? diviene variante del misconosciuto film con titolo – italiano – assonante L’ultima battuta (Punchline, 1988) di David Seltzer e con Tom Hanks e Sally Field. Lilah (Field) è una casalinga con matrimonio in impasse che vorrebbe diventare una stand up comedian, e ci riesce proprio perché attinge dal suo vissuto coniugale.

Questo terzo film di Cooper, che si ritaglia il ruolo di Balls, il miglior amico di Alex, Shakespearean Fool che con una battuta sul blow-up della foto di Tess pallavolista gli fornisce la chiave risolutiva, a tratti ha un andamento filmico alla Cassavetes, con l’ampio utilizzo della macchina a spalla e l’attenzione ai dettagli del corpo (viso, mani), proprio per quel veridico tentativo di raccontare la realtà. Ma la soluzione finale per ricomporre quei cocci, non sta più nella necessità di “scopare” come tassativamente proclama Alice (Nicole Kidman) in Eyes Wide Shut, ma nel farsi avvolgere, come in un musical old style – o come in A Star Is Born – dalla travolgente hit Under Pressure dei Queen + David Bowie, in cui si urla "Can't we give ourselves one more chance?/Why can't we give love that one more chance?/Why can't we give love?/Cause love's such an old fashioned word/And love dares you to care for".

È necessaria un’altra possibilità, perché quello che si sono detti Alex e Tess non può essere l’ultima battuta.