Quando muore un personaggio noto, sui giornali si scrive il "coccodrillo", in questo caso forse dovremmo fare un video o scrivere con le bombolette spray sulle mura della città.

Il 15 febbraio ci ha lasciato Federico Frusciante. Un livornese alto 2 metri, anarco-comunista vestito sempre di nero e con lo sguardo di chi ti vuole spaccare di botte, a cui piaceva un sacco discutere di cinema, arte, musica e letteratura. Aveva aperto una videoteca a Livorno e lì dentro, quando non lo faceva a tu per tu con i clienti, si piazzava davanti a una videocamera e iniziava a parlare. Ogni tanto virava l’immagine come facevano ai tempi del muto. Poi quando ha dovuto chiudere la videoteca lo sfondo è cambiato, è diventato tutto nero e si vedeva spuntare dalle tenebre questo faccione immenso, spiaccicato davanti alla videocamera. Nessuna impostazione particolare, nessuna inquadratura ricercata, l’importante è parlare.

Parlava talmente veloce che a volte si faceva persino fatica a capire quello che diceva, ma evidentemente c’era urgenza. Frusciante non si è mai definito un critico, non aveva “il foglio” ed era fiero di aver fatto tutto da solo, eppure di critiche ne ha fatte eccome. Sul canale sono presenti circa 5.300 video, il che è tutto dire, e seppure non necessariamente ognuno costituisca chissà quale contributo, vale la pena farsi un giro. Magari anche solo a scopo storico-descrittivo, per ascoltare cinque minuti di un tizio che parla di un film che non hai mai sentito nominare o di cui c’è talmente poco da dire che quasi nessuno ne ha discusso. 

Di solito, dopo aver elencato praticamente tutti i titoli di coda, perché il cinema è opera collettiva, e aver raccontato tutta la trama tranne gli ultimi cinque minuti, perché non voleva spoilerare (non deve essergli mai piaciuto il concetto di spoiler), iniziava una sfilza di aggettivi: positivi se era un bel film, negativi se non lo era, alternati a interessanti momenti di analisi sempre espressi con un entusiasmo da stadio. Certe volte era talmente fomentato quando parlava che quasi ti convinceva a prescindere e lasciava con il dubbio che più di tanto non è che avesse detto sul film, anzi.

Inoltre durante i dibattiti, che fossero con VictorLaszlo, Francesco Alò o qualunque fan incontrato per strada, aveva il vizio di interrompere, incalzare e parlare addosso seppure fosse proprio durante questi momenti di confronto/scontro che emergevano prospettive inaspettate, parallelismi insoliti e una cultura storica, cinematografica, musicale e letteraria da far spavento. Poi ogni tanto ti mandava a quel paese o diceva che non ci capivi una fava, ma a quanto pare era un vizio di forma e magari ti spronava a recuperare per potergli rispondere a tono.

Il punto però era proprio quello: arrabbiarsi, sgolarsi, offendersi, urlare, così come venerare, pregare e inchinarsi, non necessariamente è una cosa sbagliata, perché per il cinema ne vale la pena. Nel caos della discussione o nella foga della recensione in solitaria c’era modo di cogliere una passione smisurata e una visione del mondo e dell’arte estremamente preziosa.

Federico Frusciante trattava il cinema quasi come una religione, ma soprattutto dal cinema pretendeva, perché le pellicole non si guardano con passività e perché il cinema è un fatto sociale. Non c’era film che non avrebbe guardato e di cui non avrebbe parlato, non faceva alcuna distinzione, almeno non prima di aver visto l’oggetto della discussione e anche in quel caso riteneva fondamentale specificare quante volte l’avesse fatto, perché anche quello ha un valore e l’opinione può cambiare.

Aveva una sua metodologia, un suo linguaggio e una sua forma e che dir se ne voglia, è stato un riferimento per le nuove generazioni di cinefili. Trovandosi su Youtube il pubblico del canale è sempre stato abbastanza giovanile, diventando così l’approdo per innumerevoli persone pronte a litigare o abbracciarsi per un film, che aprivano un articolo di critica cinematografica e facevano fatica a dare un senso alle parole scritte. In questo senso dire che Frusciante abbia cresciuto una generazione di cinefili non è affatto sbagliato.

La sua presenza costante e continuativa negli anni lo ha reso il confronto che in tanti cercavano e non trovavano altrove, è stato un punto d’accesso ai discorsi sul cinema, ha alimentato l’interesse, ha insegnato e spinto a essere critici e rompipalle, a mettere in discussione l’assodato e la norma, talvolta persino a rifiutare il cinema e a sentirsi liberi di dire che un capolavoro unanimemente riconosciuto sia una cagata pazzesca, a patto di argomentare. Ha rappresentato una palestra e un’enciclopedia cinematografica, è stata una risorsa alternativa alla critica istituzionale, la voce che ti attira dalle fogne, un suono rauco e grattato che ti ronza in testa e ogni tanto ti prende a parole. È stato innegabilmente uno dei principali esponenti della critica web italiana e se siamo così in tanti ad esserci fatti le ossa lì, allora di nuovo, Frusciante ci ha cresciuto.

Fare video su Youtube, esprimersi nelle sedi “non-istituzionali” ha un valore non indifferente. Leggere sempre la stessa firma su una pagina o un giornale, è diverso rispetto ad ascoltare e vedere la stessa faccia su uno schermo. Passare anni a “interagire” seppure indirettamente, con qualcuno a cui associ un volto, un tono di voce, un’espressività e un’ideologia dà la spaventosa e illusoria sensazione di averlo vicino.

È a tutti gli effetti una persona che non si conosce, potrebbe tranquillamente essere tutto l’opposto di come lo si immagina eppure abita i ricordi come una figura familiare. È difficile spiegarlo ed è difficile capirlo, eppure se la scomparsa del Frusciante fa male quasi come un lutto personale, in un modo o nell’altro ha senso. È giusto così.

Ci si sente indifesi a non pensarlo più in giro, come se nel mondo adesso fosse cambiato qualcosa, come se avessimo perso una battaglia o fossimo più vicini alla sconfitta. Sconfitta di che poi?  Boh. Sicuramente però siamo in lotta e ora che non c’è Federico Frusciante, tocca incazzarsi ancora di più.