La recente ripubblicazione di Cristo fra i muratori (1939) per readerforblind ha risvegliato l’attenzione critica per il primo romanzo dello scrittore italo-americano Pietro Di Donato, istantaneo successo critico e commerciale, progressivamente consegnato all’oblio per le politiche culturali della Guerra Fredda che concepivano qualsiasi messaggio politico progressista come antitetico a qualsiasi forma artistica.

Riscoprire questo romanzo proletario scritto da un proletario significa anche rivedere il film omonimo di Edward Dymtryk che ne è stato tratto e che condensa la storia ad una sola generazione di muratori italoamericani e al rapporto tra Geremio e Annunziata, largamente basati sul padre e sulla madre di Di Donato. Il romanzo, al contrario, allarga la visione agli immigrati di seconda generazione, sviluppando anche il personaggio autobiografico di Paul, primogenito di Geremio e Annunziata, che nel film vediamo solo da bambino.

Girato nel 1949 nel Regno Unito, dove il regista, lo sceneggiatore Ben Barzman e l’attore principale Sam Wanamaker furono costretti a rifugiarsi per le accuse maccartiste di attività anti-americane, il film, per cui inizialmente Roberto Rossellini e Luchino Visconti avevano espresso interesse, avrebbe dovuto “rompere la Lista Nera” permettendo a Dmytryk di ritornare a dirigere opere di successo e di impegno sociale come il precedente Odio implacabile (Crossfire, 1949).

Seguendo la formula di Odio implacabile, Cristo fra i muratori riprende le tecniche narrative e le cifre stilistiche del noir per portare sullo schermo temi di importanza politica e sociale, innestando l’uso del flashback, della voce fuori campo e di un’illuminazione espressionistica e simbolica, sull’interesse per la documentazione in stile neo-realista della condizione di lavoro dei muratori, con ampie sequenze ambientate in cantieri edili ricostruiti. Il film traccia la parabola di Geremio da povero operaio onesto a capocantiere che, negli anni della Grande Depressione, antepone il guadagno alla sicurezza dei propri operai.

Di questa logica di sfruttamento Geremio stesso sarà la prima vittima, riuscendo, tuttavia, a ravvedersi poco prima della sua stessa crocefissione nel cemento. Dymtryk e il suo sceneggiatore Barzman sovvertono il sogno di mobilità sociale e di successo personale tipico delle storie di immigrazione che piacevano al capitalismo americano. Per questo Di Donato riconobbe che, anche se il film era diverso dal romanzo, ne esprimeva in pieno l’intento critico verso le logiche di sfruttamento del dio Lavoro (un vero e proprio personaggio nel romanzo), capaci di manipolare il sentimento cristiano di comunità.

Sostenuto dalle intense interpretazioni di Wanamaker, Lea Padovani e di eccellenti comprimari, premiato e amato in Europa, Cristo fra i muratori fu brutalmente osteggiato negli Stati Uniti dove le sue proiezioni furono disturbate da continui picchetti che, di fatto, ne impedirono la distribuzione per l’appartenenza dei suoi autori alla Lista Nera. Al ritorno negli Stati Uniti dopo aver finito le riprese, Dymtryk fu arrestato e scontò un anno di carcere nel 1950 per il suo precedente rifiuto di collaborare con la Commissione per le Attività Anti-Americane.

Solitamente si sceglie di raccontare il pentimento di Dymtryk e la sua denuncia davanti alla Commissione che gli permise, dalla metà degli anni '50, di tornare a girare a Hollywood, in opere anche di successo, ma spesso senza la passione originaria. È ora, invece, di riscoprire le storie di resistenza alla Lista Nera, non solo le ritrattazioni a cui gli artisti furono condotti dopo pesanti ritorsioni economiche e limitazioni della libertà personale. Dopo settant’anni, la potenza di Cristo fra i muratori attesta la capacità dei suoi autori di combinare messaggio politico e linguaggio cinematografico.