L'occhio della videocamera scruta di nascosto attraverso il buco della serratura della porta l'oggetto del desiderio. La giovane figlia Aura, novella Anna Karina, guarda incantata un altrove che non possiamo vedere. Desiderio per l'oggetto, desiderio per il desiderio dell'oggetto, desiderio di essere ri-guardati dall'oggetto, desiderio per un incrocio di sguardi. A partire dal desiderio di un padre si dispiega il film di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo, Gli ultimi giorni dell’umanità, attraverso il montaggio dell'archivio di Ghezzi.

Un (an)archivio fatto tanto di immagini personali quanto della collezione di immagini amate, viste e riviste, della personale storia del cinema del critico. Una biografia, ovvero una scrittura collettiva di una soggettività presa nella relazione con i suoi oggetti, che diventa racconto universale dell'umanità e del desiderio nella società dello spettacolo.

Attraverso le parole di Kafka, Aura guida lo spettatore dentro un mondo di (immagini di) distruzione, esplosioni, sparatorie. Il suo sguardo si trasforma in un vulcano che erutta, il fuoco del desiderio diventa distruttore, il desiderio per le immagini esautora la realtà, la fa scomparire. Come L’uomo dagli occhi a raggi X di Corman diventato cieco per l'eccesso di sguardo. Pervasi da immagini, persi a osservare “un acquario di quello che manca” (così chiamata la collezione di scritti televisivi di Ghezzi uscita l'anno scorso per La nave di Teseo), soggetto, oggetto e realtà sembrano scomparire tutti assieme.

Che cosa succede se queste immagini viste e riviste iniziano a scomparire, non sembrano più ri-guardarci? Parte da qui l'apocalisse, la fine dell'umanità, il terrore della scomparsa delle immagini diventa terrore della sua scomparsa. Oblio di uno sguardo che non rimanda più all'altro, a un oggetto di desiderio, ma a un abisso di nulla. Quanto siamo responsabili di questa cecità?

Nell'odierno sistema mediale rimangono solo immagini d'apocalisse fin troppo reali per essere comprese (G8, Charlottesville). Urge una parola che metta il tutto in prospettiva, che ci distanzi dal flusso continuo di immagini, che indichi le nostre responsabilità. Qui il film si ferma e parte lo spettacolo di Ronconi su Gli ultimi giorni dell'Umanità di Karl Kraus, severa condanna del mondo caduto nella prima guerra mondiale.

Oppure si necessita un'immagine sospesa che blocchi per un'istante la circolazione di immagini, riattivando così la possibilità dell'emergere di un'immagine, una parola, che salvi il desiderio. Una molecola d'acqua fluttua in aria ma il movimento forse non appartiene alla molecola ma a chi la guarda, al desiderio dello spettatore di fluttuare.

Il montaggio di Alessandro Gagliardo gioca con la durata e trasforma la “poesia della teoria” di Ghezzi in pratica filmica creando relazioni sorprendenti e generando il senso a partire da un vuoto prodotto dallo scontro di materiali difformi, come nel cinema di Chris Marker o nella produzione video di Jean-Luc Godard. Rispetto a una scomparsa della realtà, l'etica ghezziana cerca ancora di "cogliere la realtà nei brandelli" attendendo fiducioso un nuovo incrocio di sguardi, una nuova relazione con le immagini, una nuova umanità.

Di fronte al terrore della fine, ci chiede un ultimo sforzo per trattenere un brandello di realtà, di umanità, di desiderio.