“Tu con le parole sei un Dio, cazzo! Altrimenti come saresti riuscito a convincermi a farti un pompino al funerale di mio padre?!”, urla un’infuriata Judy Davis sventolando maldestramente una pistola per fare fuori il negromante e affabulatore Harry Block, ovvero il genio della commedia americana Woody Allen.
Harry è uno scrittore di successo in crisi, il cui narcisismo lo ha reso così detestabile da non trovare nessuno che lo accompagni alla cerimonia celebrativa allestita in suo onore nel suo vecchio liceo. Tra viaggi temporali e bilanci di vita, sulle orme di Scrooge, Harry parte in macchina come Isak Borg de Il posto delle fragole (1957), con il figlio piccolo (prelevato di nascosto dalla madre) una prostituta di nome Cookie (Hazzelle Goodman) e un cadavere (Bob Balaban).
Con Harry a pezzi (1997), ultima collaborazione col direttore della fotografia Carlo Di Palma, Woody Allen gira il suo vero 8½ (1963) – lontano dall’omaggio reverenziale in bianco e nero che era Stardust Memories (1980) – e mette in scena la crisi esistenziale e creativa dell’artista con grande voglia di sperimentare e di interrogare il mezzo cinematografico.
La macchina da presa, non più classicamente invisibile, segue a ruota la frenesia dei dialoghi e il ritmo della battuta alleniana. Con un utilizzo del montaggio spezzettato, frammentato, ellittico, nevrotico (come il suo protagonista), tra un jump cut e l’altro – che in Francia gli avrebbe fatto vincere le elezioni –, Allen disseziona sé stesso, la sua vita e le sue storie, in un gioco narrativo in cui realtà e finzione vengono sovrapposte in un continuo rapporto dialettico. Harry appare sfocato, appannato, letteralmente fuori fuoco, come Mel, suo alter ego fittizio interpretato da Robin Williams (star all’apice del suo successo che Allen ironicamente priva della sua immagine).
A inchiodarlo alle sue responsabilità sono proprio i suoi stessi personaggi, maschere di finzione, rappresentanti dell’arte, il cui scopo è svelare le menzogne della vita. Harry nel suo harem felliniano non è mai riuscito ad amare nessuno, se non nella sublimazione rassicurante dell’arte, “perché non sa voler bene” direbbe qualcuno. Nel sogno finale ad applaudirlo non ci sono le persone reali, ma i loro doppi letterari, i caratteri accuratamente tratteggiati dalla penna alleniana, che proprio grazie all’artificio e alla finzione, permettono al loro autore di essere sincero.
Harry Block, come il cavaliere errante Antonius Block ne Il settimo sigillo (1957), si confronta anche lui con la Morte, finanche col Diavolo in persona interpretato da Billy Cristal. Ma è la prosa a salvargli la vita, come il cinema ha salvato Woody, perché distorcere la propria vita, arricchirla, infiorettarla, esagerarla – come sa bene l’Edward Bloom di Big Fish (2003) –, forse è l’unico modo per renderla sopportabile e degna di essere vissuta.
In Harry a pezzi c’è tutto Allen: ci sono i maestri Bergman e Fellini, la morte, la psicanalisi, le origini ebraiche, New York, Dio (o forse le donne), le relazioni amorose, il nichilismo, il cinismo, il sarcasmo e l’orgasmo. Ma ancor di più c’è il cinema che mette a fuoco il fuori fuoco, la crisi, la frammentazione identitaria dell’artista che grazie all’arte, alle storie, all’immaginazione – oggi messa alle strette dalle moderne tecnologie – riesce a ritrovare il senso della vita.