Dopo The Marvels, scanzonata rilettura al femminile delle dinamiche superoistiche della “Casa delle idee”, in Hedda (uscito direttamente in streaming) Nia DaCosta continua a parlare di donne, recuperando il taglio più drammatico e introspettivo della sua opera d’esordio Little Woods, di cui riprende anche l’attrice principale Tessa Thompson qui nella parte della protagonista dell’adattamento di Hedda Gabler di Henrik Ibsen.
Revisioni, aggiornamenti e reinterpretazioni dell’immaginario bianco sono prassi ormai consolidate del nuovo cinema afroamericano, come dimostrano ad esempio ai lavori di Jordan Peele, Ryan Coogler, Barry Jenkins o Jeymes Samuel. Ma DaCosta va oltre, approfondendo l’interiorità della protagonista attraverso alcune varianti dell’opera originale che conferiscono al film un taglio ben più in sintonia con il contesto contemporaneo. Similmente a quanto fatto per il villain di Candyman, nelle sue mani Hedda si trasforma e radicalizza accentuando l’aura tragica del personaggio, attraverso un passato che riemerge gradualmente e motiva le sue azioni.
Spostando la vicenda nell’Inghilterra di metà Novecento, l’inquieta e insoddisfatta signora di Ibsen, disposta a tutto per la scalata sociale sua e del marito – aspirante docente universitario sposato per interesse più che per amore – che finisce per suicidarsi “piuttosto che essere mediocre”, per la regista la trasgressiva e disinvolta antieroina diventa una sorta di uccello in gabbia. Unica nera in un contesto bianco e tendenzialmente maschile, Hedda è imbrigliata nei ruoli subalterni di donna, moglie e afro-discendete imposti dalle ferree norme dell’alta borghesia coeva – concetto espresso anche visivamente dall’eccellente lavoro della costumista Lindsay Pugh, che accentua la sensazione di costrizione della giovane, stretta da busti, corsetti e imbastiture rigide come il ruolo assegnatole.
Ma la protagonista di DaCosta non subisce passivamente la propria condizione. Vi reagisce silenziosamente pur se in maniera plateale, attraverso il controllo maniacale della casa (luogo per tradizione deputato all’espressione di femminilità) e del ricevimento che fa da sfondo al dramma in scena. Sfuggendo alle imposizioni del marito, la donna sfrutta il suo fascino e carattere anticonformista provocando volutamente la reazione degli invitati, affascinati e insieme sconvolti dall’insolita presenza che malvolentieri accettano perché mina il pacato equilibrio formale apparente, come in fondo è – estendendo il discorso – per ogni minoranza in contesti maggioritari, quale involontaria e inevitabile portatrice di caos.
Quello di Hedda diventa così un atto di ribellione che nasconde il desiderio di essere liberamente se stessa, riuscendo magari ad affermare quella bisessualità malcelata al centro del complesso gioco di potere che è il perno narrante del film. È questo l’aspetto più evidente della modernizzazione del testo ibseniano, critica beffarda e ancora attuale di una condizione femminile che travalica i confini nazionali, di classe e di colore, facendo del personaggio principale una figura complessa e articolata, profondamente insicura quanto ambiziosa, forse corrotta ma per questo così umana e fragile, in definitiva non condannabile.