Lo sappiamo: Spike Lee ama spiazzare il pubblico. Highest 2 Lowest, presentato a Cannes 2025 e ora approdato su AppleTv+, si inserisce tra quei titoli più destabilizzanti della filmografia dell’autore, film apparentemente minori che sono serviti però a suggellare passaggi importanti tra i vari periodi della sua produzione, come Crooklyn o Lei mi odia.

A quasi vent’anni da Inside Man, la quinta collaborazione tra il regista e Denzel Washington pare stonare rispetto al corpus recente dell’opera leeana. Dimentichiamo le stratificate strutture narrative o i toni provocatori e apertamente critici verso l’America trumpiana di BlackKklansman o Da 5 Bloods: qui la reinterpretazione di Anatomia di un rapimento di Akira Kurosawa appare come un divertissement d’autore, una deviazione dalla poetica più impegnata del cineasta che non perde però l’occasione di riflettere su temi a lui cari.

Il dilemma morale del guru della musica newyorkese David King tra investire il suo patrimonio per salvare l’attività o pagare il riscatto per il figlio del fidato amico e autista Paul scambiato per il rampollo Tray King e rapito, è essenzialmente quello presente nell’originale del Maestro giapponese. Ma se nel film del 1963 questo era lo scioccante centro di una denuncia sul benessere nazionale del tempo, solo apparentemente collettivo che in realtà ampliava maggiormente il divario sociale suscitando rabbia, frustrazioni e invidie dalle imprevedibili conseguenze, in Highest 2 Lowest è il pretesto motivante dell’azione, la struttura su cui si basa l’impianto da thriller sotto il quale Lee annida idee interessanti che mancano però di un adeguato sviluppo.

La riflessione sull’industria musicale – e in senso esteso, quella culturale – minacciata dalla crescente deriva merceologica dovuta all’influenza crescente di algoritmi, social e intelligenze artificiali, diventa la metafora della condizione esistenziale odierna dove, sempre più immersi in contesti virtuali, si finisce col perdere il contatto col reale, quel “cuore” di cui tanto si vanta King nel suo lavoro ma che palesemente fatica a sentire nei rapporti umani. È sconnesso da Internet ma non riesce a raccordarsi con le persone a lui vicine: il rapporto con la moglie ormai è un miraggio, adora il figlio ma gli s’impone prevaricando nelle scelte e nei bisogni, ed è capace di tentennare sulla cosa giusta da fare per un amico fraterno in guai seri.

La sua capacità di ascolto, l’eccezionale orecchio che gli ha permesso di scoprire i grandi talenti che ha lanciato, è rivolta solo a sé e a un passato glorioso ormai lontano (come sottolinea la playlist personale a cui attinge nei momenti di difficoltà). Il presente è diventato automatismo, come il freddo beat di un’ennesima aspirante star che neppure si degna più di ascoltare certo che non avrebbe nulla  da dire. Una figura che in qualche modo richiama quella del padre di Spike Bill, musicista di grande talento ma non aperto all’evoluzione di un’industria con cui volenti o nolenti è inevitabile fare i conti.

Ecco allora che l’incontro tra il protagonista e il suo avversario avviene proprio in una sala d’incisione, luogo deputato all’ascolto dove questo è obbligato, in un dialogo che prende la forma di una battle-rap infuocata che diventa il confronto tra due generazioni, due modi di pensare e rivestire il proprio ruolo sociale e familiare. Se in tutta la sua filmografia Spike ha criticato le scelte e le attitudini dei padri attraverso i figli – come lui col genitore – qui invece le parti sono invertite, in una normalizzazione del legame che sa d’ideale riconciliazione.

Un invito al dialogo e all’ascolto reciproco cui Highest 2 Lowest richiama costantemente, anche nelle scene a prima vista più estranee a questo discorso, come la sequenza della metro culminante nel mirabolante inseguimento dello zainetto nel quartiere latino a ritmo della Puerto Rico di Eddie Palmieri, durante una delle sue ultime apparizioni pubbliche a celebrare l’orgoglio etnico locale.

La sovraincisione dei rumori meccanici del convoglio e le voci dei passeggeri, lo stridore delle gomme per le strade sottostanti e la musica frenetica del pianista e della sua orchestra, generano un tappeto sonoro di indubbio fascino, dove lo spettatore è chiamato a porre attenzione per cogliere le diverse fonti che si amalgamano tra loro. Quasi a dire che le vicende di New York, così come le sue influenze, si mescolano sempre, inevitabilmente. Impossibile costruire muri o altre forme di divisione simbolica e immateriale che ne ostacolino il naturale flusso.

Una sferzata agli Stati Uniti di oggi che mostra come Spike Lee non abbia ancora finito di dire la sua. Tendiamo allora l’orecchio al prossimo intervento.