I corpi presentano tracce di violenza carnale è probabilmente il film di genere per antonomasia, novanta minuti di gioco caotico in cui una fabula striminzita collega sequenze altrimenti incompatibili.

Durante la sua carriera Sergio Martino si è cimentato con pressoché ogni sfumatura del cinema di genere, e in questo film le mescola tutte fino a crearne di nuove. La maggior parte della narrazione assume i connotati di un giallo all’italiana di matrice argentiana, stracolma di personaggi più o meno palesemente disiagiati, suggestivi scorci cittadini notturni, continui depistaggi visivi e false piste. Se dopo dieci minuti non si è capito chi è l’assassino, non c’è più speranza di dedurlo dagli indizi disseminati.

C’è poi la rappresentazione di una gioventù studentesca emancipata, multietnica, sessualmente disinvolta e con tendenze antisociali, elemento caro ai vari poliziotteschi e mondo movie dell’epoca, che offre modo a Martino di ammiccare al softcore. Neppure questo fattore è preponderante, non aggiunge dimensione ai personaggi né spessore ai conflitti.

Tolta una dignitosissima regia, per buona parte dell’opera si rimane più colpiti dall’inedito livello di gore degli omicidi che dalle idee proposte. È durante l’ultimo atto, quando gli spazi aperti lasciano il posto alla claustrofobia di una villa in campagna, che l’opera evolve in qualcosa di nuovo e l’effetto d’insieme sublima la somma delle sue parti. Qui Martino, insieme al Reazione a catena di Mario Bava, inventa di fatto lo slasher prima dei vari Non aprite quella porta, Halloween o Black Christmas.

L’assassino costantemente mascherato che fa mattanza di giovani, la final girl più pudica del resto dei personaggi femminili, il sistematico ricorso ad armi da taglio e a colate di sangue per distogliere l’attenzione da raffazzonati approfondimenti psicologici: tutti questi elementi domineranno l’horror statunitense e non solo per decenni.

I corpi presentano tracce di violenza carnale è invecchiato malissimo, come ogni opera che ha fatto veramente la storia: ogni scena sa di già visto perché sono cinquant’anni che il film di Martino viene rispettosamente saccheggiato da ambo i lati dell’Atlantico. I primi film della coppia di registi Cattet-Forzani riprendono ad esempio gran parte delle soluzioni stilistiche di Martino, per non parlare della scena di Alta tensione in cui la protagonista riordina la sua stanza per ingannare l’assassino.

È dall’intreccio di assimilabilità e ricettività che si riconosce il grande cinema di genere, in costante mutazione e destinato perciò al rapido deterioramento.