La forma diaristica all’interno del cinema documentario, ha spesso creato una sorta di intima confidenza tra autore e spettatore, perché il cineasta-attore, o semplicemente l’interprete che racconta sé stesso, si mette a nudo mostrando i suoi aspetti più personali e a volte persino vulnerabili. Sono un valido esempio I Diari della Sacher, prodotti da Moretti e Barbagallo, in cui gente comune racconta le proprie memorie e il recente Gli ultimi giorni dell’umanità dove enrico ghezzi assembla filmini casalinghi e spezzoni della storia del cinema.

L’intimità familiare e domestica si allargano a riflessione sul mondo e sulle immagini, mentre nella trilogia I diari di Angela – Noi due cineasti si amplia ulteriormente questa riflessione, arrivando alla composizione di un’opera post mortem in cui il soggetto dell’opera diventa pienamente autore della stessa dopo la propria dipartita.

La regista e pittrice avanguardista Angela Ricci Lucchi viene celebrata dal compagno di vita e collaboratore Yervant Gianikian in una lunga, inesausta, tenerissima e dolente trilogia che documenta la loro unione artistica e sentimentale. Tre capitoli scanditi nell’arco di sei anni, dal 2018 (anno della scomparsa di Angela) al 2025, firmati da entrambi (Noi due cineasti appunto), come epigrafe e suggello di un amore per l’arte e per la vita che va oltre la morte. Una taumaturgia cinematografica che scava nel passato per affacciarsi al futuro.

Questo terzo e ultimo capitolo, oltre a presentare la scrupolosa annotazione diaristica di Angela, la quale ha sempre documentato su carta le note di regia, i viaggi, gli incontri, le gioie e i dolori della propria vita (compresi i ricordi di guerra), pone l’accento sulla dimensione domestica e privata dell’artista. Riprese rubate dal cine-occhio dolce e discreto di Yervant, che filmava Angela mentre disegnava, leggeva, lavorava nell’orto, cucinava, accarezzava il gatto, per poi raccontare per immagini il suo calvario medico.

Tra found footage, home movies e disegni, I Diari di Angela 3 torna a riflettere sul conflitto del 14-18, legandolo indissolubilmente a una riflessione filmologica, affiancando lo scioglimento dell’emulsione fotografica all’annullamento della memoria sulla prima guerra mondiale (l’omaggio al documentarista bellico Luca Comerio).

Torna persino il mai sopito fantasma del genocidio armeno, fortemente radicato nelle origini paterne di Yervant (che i due artisti avevano documentato con lo straordinario Ritorno a Khodorchur. Diario armeno), ma sono tutti pezzi di memoria e di vita che hanno costituito il corpus filmico di Angela e I diari funzionano come sorta di prolungamento testamentario dei loro Frammenti elettrici, un archivio in continua espansione dove si sedimentano archeologicamente storie personali e collettive.

I diari di Angela 3 incarna con umiltà e trasparenza una cineasta rivoluzionaria, ma soprattutto una donna ideologicamente libera e indipendente, legata ai ritmi della natura, un’intellettuale permeata da una saggezza di matrice contadina. Un capitolo conclusivo che si sfoglia come un album di ricordi, un memoir che si fa Alfa e Omega di un lavoro e di un’esistenza, con Angela che ci saluta discretamente di spalle, mentre osserva insieme all’amato Yervant il frangersi delle onde.