Un lago in bagno, uno stillicidio inarrestabile, la voce stridula di una bambina sempre più impaurita, poi l’esplosione: il soffitto cede, lasciando un buco. Tutto il dramma del film sembra originarsi da quella voragine che minaccia di inghiottire la protagonista, Linda. È la crisi della casa come rifugio, lo scricchiolio di un mondo che Linda, psicologa di professione, non sa più interpretare. Ironico, per una dottoressa dell’anima, finire essa stessa prigioniera di una nevrosi che le offusca la percezione, incapace di diagnosticare i propri sintomi.
A tenerla in scacco, c'è questa voce che le rimbomba in testa. Sembra uscita da un cartone animato di Hanna & Barbera, tuttalpiù se non ne vediamo mai il volto: è sua figlia, affetta da una misteriosa malattia gastrointestinale. Il suo rifiuto di cibarsi la costringe a un tubicino conficcato nel ventre, una specie di cordone ombelicale. Per la bambina, la madre è una creatura di pongo, elastica e infinitamente resiliente. Ma Linda la pensa in modo diametralmente opposto: si sente fragile, inerme, e quella fessura nel soffitto ha spalancato la porta a una riserva inesauribile di nuove apprensioni.
Tornata alla regia di un lungometraggio a 17 anni di distanza da Yeast (2008), Mary Bronstein conferma il suo interesse per i nervi scoperti dei suoi soggetti femminili, per quelle velleità di controllo che si ribaltano in una paradossale resa nevrotica di fronte all’incontrollabile. All’influenza cassavetesiana del suo periodo mumblecore, aggiunge qui elementi di body-horror più contemporanei, alleggerendone però il peso esistenziale fin dall’inizio con una vena commedica: i primi piani sui tic facciali di questa maschera nevrotica, la voce fuori campo della bambina che distorce grottescamente l'ordinario, i pazienti che riflettono come specchi deformanti le sue stesse ansie, le sedute dal proprio psicologo (interpretato da Conan O'Brien) che si tramutano in assurdi duelli verbali.
Il film suggerisce che la salvezza possa risiedere in un distanziamento critico, in una "terapia commedica" che, attraverso una danza nevrotica di gag, trasformi l’ansia inassimilabile in un rituale liberatorio. La commedia funziona da scudo, mappando ed esorcizzando la nevrosi, permettendo al soggetto di abitarne i bordi senza esserne risucchiato. Ma Linda, così intrappolata nella sua angoscia, non ne coglie il potere redentore.
Presto, però, anche questa rassicurante struttura inizia a vacillare, a non reggere il peso dell’orrore. Il buco si dilata, minacciando di ingoiare la stessa narrazione, dando avvio a una produzione seriale di micro-disastri. Un criceto, richiesto a gran voce dalla figlia, è una furia scatenata che cerca di fuggire dalla sua scatola, per poi essere scaraventato da Linda in strada finendo sotto una macchina. Linda guarda incantata delle spettrali lucciole uscire dal buco, questo portale cosmico che promette l’accesso a un'altra dimensione, al segreto delle proprie nevrosi.
Ma forse, più che un trauma primordiale, sono le circostanze ad aver incattivito il nostro criceto umano. E forse l'unica via d'uscita non è scavare più a fondo nella psiche, ma uscirne: lasciare la scatola dei propri tormenti, far cadere la maschera nevrotica per permettere a un volto, finalmente, di apparire.