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“Se solo potessi ti prenderei a calci” come terapia commedica

Tornata alla regia di un lungometraggio a 17 anni di distanza da Yeast (2008), Mary Bronstein conferma il suo interesse per i nervi scoperti dei suoi soggetti femminili, per quelle velleità di controllo che si ribaltano in una paradossale resa nevrotica di fronte all’incontrollabile. All’influenza cassavetesiana del suo periodo mumblecore, aggiunge qui elementi di body-horror più contemporanei, alleggerendone però il peso esistenziale fin dall’inizio con una vena commedica. 

“Il falsario” che non sa imitare

Il falsario restituisce uno spaccato del panorama sociale e politico degli anni di Piombo, che non fa da sfondo ma è parte integrante della narrazione, prendendo anche una posizione politica che dà un’interpretazione dei fatti: tuttavia i personaggi e le dinamiche rappresentate risultano superficiali e poco approfonditi, cosa che sarebbe stati più coerente in un lavoro di re-immaginazione di fatti realmente accaduti che di racconto di una storia vera sconosciuta ai più.

“Put Your Soul on Your Hand and Walk” dall’aldilà di Gaza

A differenza di La voce di Hind Rajab, dove Kaouther Ben Hania applicava una struttura di genere a un documento per trasformarlo in racconto, qui l’immaginario del disastro è già interamente presente nello scorcio di realtà condiviso: Farsi preserva le interruzioni di segnale come fossero un montaggio automatico, generando una suspense che lo spettatore riconosce come propria anche dei protagonisti della conversazione, ugualmente ansiosi di conoscere il destino l’uno dell’altra.

“Romerìa” alla gentile deriva

Vi è, nel cinema di Carla Simón, uno sguardo gentile che sembra accogliere ogni immagine, benefica o cattiva, distante o prossima, ricca o povera. Romerìa, il suo progetto a oggi più ambizioso e concepito come chiusura di una trilogia semi-autobiografica sull’infanzia, si apre con un paesaggio fuori fuoco: Marina torna sui luoghi dei suoi genitori naturali, a malapena conosciuti e scomparsi da un decennio. Lungo quelle rive di Vigo, armata della sua piccola videocamera, la ragazza allena lo sguardo a orientarsi nel presente come nel passato.

“Leibniz” nelle virtualità del cinema

Reitz, questo instancabile sperimentatore, da autentico illuminista sa di dover mettere ogni volta alla prova le virtualità del set, lavorando con pazienza su meccanismi difettosi per far funzionare questa macchina di pensiero. Un ritratto compiuto di Leibniz va contemplato solo come piano cinematografico, e solo dopo che l’intimo rapporto tra l’allieva e il maestro si saranno a loro volta inscritte come racconto filmico. Precettore come il suo alter ego, Reitz ci consegna un’ultima magistrale lezione su cosa significhi, in ultima istanza, attualizzare le virtualità del set e imprimere l’intelligenza sullo schermo.