Tra l’horror e il cinema d’exploitation Stephanie Rothman è stata una delle pochissime registe donne a riuscire a ritagliarsi uno spazio nel mainstream americano, trovando anche una certa indipendenza e autonomia nella direzione dei propri film. Con una formazione da sociologa (si è laureata in sociologia a Berkeley) e una predilezione per i film a basso costo, forse mutuata da Roger Corman per il quale ha lavorato come assistente alla regia, Rothman è riuscita a delineare all’interno del genere uno stile del tutto unico e originale.

Nonostante avessero l’etichetta di commedie erotiche, i film di Rohtman, oltre ad avere una brillante verve comica, si strutturano come un’indagine sociale e antropologica che porta all’estremo i rapporti di genere fino a capovolgerli. Le donne di Rothman sono determinate e sicure di sé, non solo sono desiderate, ma desiderano, hanno ambizioni e obiettivi. Anche il modo di rapportarsi all’esposizione dei corpi è diverso dalla norma, attraverso rappresentazioni alternativa dell’erotismo che spesso guarda più al cinema d’autore.

L’aria che si respira è quella di un’utopica spensieratezza, dove non ci sono inibizioni e l’unico obiettivo è il raggiungimento di una felicità il più possibile incondizionata. Non a caso l’attività della regista è concentrata tra gli anni ‘60 e ‘70, lo sfondo è quello che emerge dalle pagine di Eros e Civiltà di Marcuse, quello della politica, della fiducia nella possibilità di un mondo migliore e di una libertà che parte prima di tutto da una dimensione corporea. Forse è anche per il decadimento di queste speranze che la sua carriera da regista si interrompe a metà degli anni ‘70.

Riflesso di questi stimoli è sicuramente Group Marriage, del 1973, uno dei film meglio riusciti della regista californiana, in cui si chiede cosa comporterebbe, sia dal punto di vista sociale che puramente relazionale, la possibilità di un matrimonio di gruppo. Quindi dà vita ad una coinvolgente commedia che prende il via con una coppia in crisi che riesce a superare i suoi problemi allargandosi esponenzialmente fino a coinvolgere sei persone.

In una situazione di questo tipo come si supera la gelosia? Come si comporterebbe la gente se lo venisse a sapere? Cosa accadrebbe se arrivasse un figlio? Tutti questi interrogativi trovano risposta in questa rocambolesca commedia, vero inno alla libera espressione della propria sessualità dal respiro profondamente moderno. Si tratta di un’opera coraggiosa che superò le aspettative della regista raggiungendo un buon successo di pubblico.

Il discorso di Rothman è però molto più stratificato, perché non si ferma alla semplice sessualità, ma coinvolge l’esistenza a tutto tondo. Il lavoro è infatti un tema ricorrente. Anche in Group Marriage i personaggi hanno inevitabilmente a che fare con situazioni lavorative complesse che in alcuni casi vengono influenzate dalle loro scelte personali.

Il lavoro è anche tema centrale dello stralunato The Working Girls in cui tre ragazze cercano di costruire il proprio futuro in una Los Angeles che fa di tutto per respingerle. Nel suo vagabondare chapliniano, Honey, la protagonista, è la scheggia impazzita del film legando con il suo agire caotico i destini dei personaggi. Ingenua e mai completamente consapevole delle sue azioni finisce coinvolta nelle situazioni più paradossali, come quando una signora la ingaggia per uccidere il marito, oppure quando viene assunta come dama da compagnia di un miliardario che vive in auto.

Sia Group Marriage che The Working Girls sono attraversati da una tensione verso il collettivismo, verso uno stile di vita portato alla condivisione come proposta esistenziale e politica. Nonostante i personaggi lottino per la libertà individuale, lo fanno sempre mettendo al primo posto quella dell’altro, della comunità. Sono cellule che agiscono indipendentemente ma come parte di un collettivo e che sono capaci di trovare la felicità solo nel momento in cui anche l’altro riesce a raggiungerla.

Il cinema di Stephanie Rothman, come ha accennato lei stessa in un’intervista, è dichiaratamente giocoso. Il suo primo obiettivo è sempre stato divertire e divertirsi ma, sulla scia dell’Homo Ludens di Huizinga, il gioco, in quanto fondamento della cultura, è una cosa seria.