Entro al cinema deciso a farmi conquistare dal divismo di Jennifer Lopez e dalle opulente coreografie musicali di questo nuovo Il bacio della donna ragno, diretto da Bill Condon. Non si tratta, come molti si ostinano a scrivere, di un remake dell’omonimo film di Babenco del 1985, perché, diversamente da quello, non è tratto solo dal romanzo di Puig ma anche dal musical di Terrence McNally.
Pur consapevole che sia tutto un altro film, entrando con tutte le migliori intenzioni di lasciarmi catturare nella ragnatela della Donna Ragno di J-Lo e pronto per scontare due ore di puro escapismo, io stesso sono perseguitato dal film di Babenco, forse perché rivisto di recente. Con il progredire della storia, mi accorgo di essere attratto, piuttosto che dagli sfavillanti numeri musicali “in Technicolor”, dall’amore contrastato che nasce in cella tra il rivoluzionario Valentin (Diego Luna) e l’omosessuale Molina (Tonatiuh), entrambi incarcerati perché invisi al regime dei generali argentini degli anni 80.
Va detto subito, tuttavia, che il film intreccia con abilità questa parte più politica con la dimensione spettacolare delle scene musicali che illustrano i racconti cinematografici che Molina fa a Valentin per rendere ad entrambi più sopportabile la prigionia. Questi hanno come star indiscussa Ingrid Luna (Jennifer Lopez), diva che, per citare le stesse parole di Molina, Hollywood voleva americanizzare ma che è rimasta sempre latina. In questi racconti, Valentin e Molina si identificano con Armando e Kendall, interpretati sempre da Luna e Tonatiuh, entrambi innamorati di Ingrid, ma nella cui storia si sente anche una tensione omoerotica e un riflesso dell’intreccio di rivalità e tradimento del plot principale.
Questo costante sdoppiamento (della storia “nella vita” e “sul set”, dei personaggi e delle loro fedeltà e infedeltà) è certamente un elemento di profonda consonanza con l’opera di Puig: c’è lo stesso “delirio di consumo culturale”, lo stesso gusto di “scrivere senza aggiungere, scrivere parassitando un organismo già esistente”, caratteristica che il critico Alan Pauls identifica come fondamentale nell’opera di Puig nella prefazione all’edizione Sur di Il bacio della donna ragno. Il meccanismo dello sdoppiamento presuppone anche l’esplorazione di una frontiera, di ciò che sta in mezzo ai due termini.
É sintomatico che il ritorno alla realtà di Molina al di fuori del carcere e la sua scelta per la rivoluzione si compia proprio all’interno di un cinema. Molina smette di raccontare storie hollywoodiane ma sceglie la militanza politica nel luogo per eccellenza deputato a raccontarle, e, oltretutto, come risultato di una scelta d’amore più che di campo. Il meticciato identitario dei personaggi e la decostruzione delle loro soggettività è sicuramente un elemento che il film di Condon coglie con un certo virtuosismo meta-cinematografico e una sensibilità queer già dimostrata in opere dello stesso regista come Demoni e dei (1998), Kinsey (2004) e Dreamgirls (2006).
Sempre nell’introduzione che abbiamo citato, Alan Pauls afferma che descrivere l’opera di Puig come “denuncia dell’alienazione politica prodotta dalla cultura di massa”, come venne fatto da una certa critica di sinistra degli anni settanta, corrisponde ad un tentativo di disciplinare “l’inaccettabilità”. Forse sostenere che il film sia più riuscito nella parte in cui si concentra sull’amore sofferto tra Valentin e Molina, interpretati con convinzione da Luna e Tonatiuh, piuttosto che negli invadenti momenti canori, fa sempre parte del volere “disciplinare l’inaccettabilità” di mettere insieme gli eccessi musicali e il radicalismo politico.
Eppure, non si può non notare una certa furbizia nello sfruttare il fascino dell’esotico latino e un compiacimento intellettuale nell’incastro delle parti e nel gioco del doppio (condotto fino addirittura ai titoli di coda) che necessariamente tolgono quell’urgenza sentimentale, che è anche politica, alla storia di Valentin e Molina. Il loro ultimo ballo, che Molina vede proiettato sul grande schermo, dai toni più contenuti e intimisti rispetto alle altre scene musicali, è invece uno dei momenti più commoventi del film.
Il delirio della Donna Ragno ci ha comunque catturati.