La rivincita del loser di talento, messo in ginocchio dalla vita esterna e/o da proprie scelte sbagliate, è uno dei grandi temi dell'immaginario U.S.A.: la convinzione dell'esistenza di una seconda possibilità per tutti è fondante e fondativa della cultura statunitense, e può venir declinata più nel verso della fede tenace nell'American Dream oppure – con meno frequenza – in un approccio più cupo ed esistenzialista concentrato sulla capacità dell'individuo di redimere se stesso.
In quest'ultimo senso, il mondo della boxe risulta senza dubbio uno scenario narrativo ideale, perché la sofferenza espurgativa può manifestarsi sul corpo, un corpo martoriato e cristologico, in tutta la sua visibilità e pathos drammatico. È tale l'approccio de Il giorno dell'incontro di Jack Huston, nel quale il protagonista Mikey, ex gloria del pugilato caduta in disgrazia, vaga per la città di New York in visita alle persone importanti della sua vita in attesa del combattimento al Madison Square Garden che proprio quella sera potrebbe cambiare tutto.
I dialoghi, a volte teneri, spesso conflittuali, talora impossibili, con chi incontra sul suo cammino e gli estemporanei flashback del suo passato vanno pian piano a comporre un quadro composito non solo di cosa sia accaduto, ma anche di cosa ragionevolmente accadrà. Per questa via crucis alla 25ª ora Huston, al suo esordio alla regia sulle orme di nonno John, attinge alla compagine di colleghi attori di Boardwalk Empire, con Michael Pitt nel ruolo di Mikey e Steve Buscemi, e li integra con Nicolette Robinson, Ron Perlman, John Magaro e – ciliegina sulla torta – Joe Pesci per creare un ensemble di notevole grazia.
Huston si rifà al bianco e nero e alla fisicità del capostipite Toro scatenato, paga tributo – similmente a Scorsese – all'estetica televisiva del tempo che fu, poi durante il match finale ingaggia la macchina da presa in un corpo a corpo brutale sconfinante nella soggettiva come Warrior e infine fa cadere al tappeto i due contendenti contemporaneamente alla maniera di Rocky e Apollo, con solo uno dei due che riuscirà a rialzarsi.
La fotografia di Peter Simonite – a dir poco eccellente – è al tempo stesso di litografica esattezza eppure in grado di rendere innumerevoli gradazioni di grigio; la colonna sonora utilizza le canzoni ascoltate da Mikey nelle sue cuffiette (giusto per settare immediatamente il tono, la prima è Crucify Your Mind di Sixto “Sugar Man” Rodriguez, altro grande sconfitto/risorto) come didascalia ai suoi stati d'animo, puntando sull'emotività ma riuscendo magicamente a non sbracare mai.