Due paure mi accompagnano nella recensione del nuovo adattamento cinematografico de Il maestro e Margherita. La prima: trovare il mio appartamento ridotto come quello del critico Latunskij. La seconda: sentirmi come la capra che, ruminando la pellicola, confessava di preferire il libro. Mentre controllo che non sia entrato nessun fantasma in casa, mi fermo e ricordo che, nella storia di Hitchcock, le due capre parlavano di un best seller. Non è un dettaglio. Anzi, nella stessa, celebre, intervista il giudizio del regista sull’adattamento di un capolavoro era molto diverso.

Incalzato da Truffaut sul possibile adattamento di Delitto e castigo, Hitchcock diceva: “[…] non lo farò mai, appunto perché […] è l’opera di un’altra persona. […] Leggo una storia solo una volta. Se mi piace l’idea di base la faccio mia, dimentico completamente il libro e faccio del cinema”. Più avanti, fra un velo di ironia e l’altro, il regista ribadiva lo stesso concetto. Senza voler fare di quell’intervista un testo sacro, si possono recuperare le parole di Hitchcock per riflettere sul nuovo film di M. Lokšin, passando da Dostoevskij a Bulgakov.

Le difficoltà oggettive nell’adattare un capolavoro sono persino maggiori per un’opera sfuggente e caleidoscopica come Il maestro e Margherita. L’impressione però è che Lokšin, anche cosceneggiatore, abbia scelto di proporre una storia il più razionale possibile, sacrificando gli elementi dirompenti del libro. Il film rinuncia alla narrazione centrifuga e frammentata e si adagia sulla storia d’amore fra Margherita e il Maestro, con tratti mélo dove è difficile separare la Russia di Stalin e Le pagine della nostra vita.

Così le avventure di Woland (August Diehl, forse la nota migliore del film) e del suo seguito vengono ricondotte al piano della realtà e l’elemento fantastico, forza dirompente dell’opera di Bulgakov, viene razionalizzato e spiegato allo spettatore, in modo troppo didascalico (si veda la fine ingloriosa di Behemoth e il rapporto fra Woland e il Maestro).

Il risultato è una banalizzazione degli elementi che nel libro irrompono e squarciano la realtà e nel film diventano pallide allucinazioni. Una scelta di sceneggiatura in contrasto con il tono epico e magniloquente di regia e fotografia, che alla fine sembrano più delle matrioske preziose, ma vuote.  La necessità di rendere tutto comprensibile elimina la potenza dell’opera di Bulgakov, dove letteratura e fantasia esultano sulla realtà.

Il punto non è confrontare a tutti i costi il libro e il film, né stabilire un vincitore. Ma il confronto serve a chiedersi perché nell’adattare l’opera di Bulgakov si sia scelto di rendere tutto chiaro, razionale, diafano, come se il pubblico non fosse in grado di accogliere un’opera complessa e destabilizzante, ma avesse bisogno di essere tranquillizzato e accompagnato per mano all’interno di una costruzione razionale (che è solo una delle possibili letture del libro).

Sempre sulla stessa linea Lokšin ha seguito una via molto alla moda, quella del biopic. Il regista, che ha ereditato il progetto nel 2020, ha introdotto nella sceneggiatura molti elementi tratti dalla vita di Bulgakov, su cui ha appiattito la figura del Maestro. Questo produce una serie di cortocircuiti, come la scelta (per me incomprensibile) di usare il latino e l’aramaico per le scene su Ponzio Pilato: l’opera del Maestro/Bulgakov perde di senso e diventa una copia sbiadita e decontestualizzata della passione secondo Gibson.

In generale Lokšin attinge a piene mani dal cinema americano: lo sfondo del film è una Mosca che tende verso Gotham; il volume di esplosioni e pose compiaciute avvicina Woland e il suo seguito agli Avengers. Il film si trova schiacciato fra Stati Uniti e Russia in un gioco che si riflette sulla vita del regista e della sua opera: il padre di Lokšin nacque a San Francisco dove la famiglia era fuggita dalla Russia a causa delle persecuzioni antisemite, ma negli anni Ottanta fu costretto a fare il percorso inverso dopo essere stato licenziato per le sue posizioni politiche. Ora il regista, cresciuto fra Russia e America, e il suo film si trovano in mezzo a una battaglia politica e commerciale. L’opera è stata finanziata dal Ministero del cinema russo.

Nel 2022 la postproduzione è stata bloccata quando Lokšin si è dichiarato contrario alla guerra in Ucraina. Contemporaneamente la Universal ha scaricato la problematica distribuzione di un film russo. In Russia la pellicola è uscita nel 2024, incassando quasi 28 milioni di dollari, ma attirando le critiche dei filoputiniani. In Italia il film, uscito a fine giugno 2025, ha incassato poco più di 207.000 euro (dati Cinetel al 1/07). In America il film non è ancora uscito, vittima anche di un’altra censura, quella dei diritti sull’opera, opzionati anni fa per un possibile adattamento diretto da Baz Luhrman.

Purtroppo tutta questa storia rischia di essere più interessante del risultato, ma almeno aiuta a riflettere sulle vie contorte della censura. Un omaggio involontario a Bulgakov.