L’intersezione fra sfera pubblica e privata è la ragion d’essere di Il seme del fico sacro, l’ultimo film iraniano di Mohammad Rasoulof, che è riuscito a lasciare il paese dopo aver completato clandestinamente l’opera. Da un lato delle mura domestiche troviamo Iman, neopromosso funzionario del tribunale rivoluzionario, due giovani figlie e la moglie devota.

Subito oltre c’è una Teheran in fermento, scossa da proteste contro la dittatura teocratica, ulteriormente aggravatesi dopo l’assassinio di Masha Amini. Come la pianta che dà il nome all’opera, anche la disobbedienza civile filtra all’interno della tesa quiete domestica fino a consumarla. Iman è un obbediente strumento del potere, l’incarnazione della banalità del male, non può permettersi desideri divergenti da quelli del regime.

Il suo conforto è la fede, dapprima in Dio e conseguentemente nello stato che esegue la sua legge, e più la sua famiglia volta le spalle ai suoi ideali, più la sua fede si fa cieca e incrollabile. Sul versante opposto dello spettro si pongono le sue figlie, per cui è prassi eludere le censure governative tramite VPN e desiderare un futuro che non si riduca al dovere coniugale, sempre più insofferenti alle rigide convenzioni liberticide del paese. Infine c’è la madre, Najmeh, la guardiana dell’ordine sempre pronta a intercedere per pacificare gli animi degli altri personaggi.

Così come nella teocrazia il potere è fede che esige fede nel potere stesso, i rapporti familiari degenerano nel momento in cui viene a mancare il simbolo del potere di Iman, quindi la fede in lui, e dove non arriva la Sunna arriva il sopruso. Emerge il ritratto impietoso di vite quotidianamente dominate da controllo e sospetto, specie la popolazione femminile.

L’estetica stessa del film, girato in clandestinità, riflette questa paura dovendo privilegiare sequenze in interni, e mostrando le proteste quasi solo attraverso i veri video amatoriali di chi vi ha partecipato. Non sorprende che si temano ripercussioni verso Soheila Golestani e Misagh Zare, gli unici attori del cast principale tuttora residenti in Iran. Grande rilevanza viene data anche al ruolo della tecnologia e dell’informazione nelle recenti manifestazioni nel paese, tanto come vantaggio generazionale dei dissidenti quanto come ulteriore metodo di controllo e privilegio arbitrariamente negato da parte delle istituzioni.

Altra immagine ricorrente è il corridoio del tribunale rivoluzionario, gremito di cartonati di uomini sorridenti che esprimono fede e donne in carne, ossa e chador incastrate immobili al muro. Ci vuole coraggio a riassumere l’Iran in metafore come questa e Rasoulof, preferendo l’esilio al silenzio, firma un capolavoro intriso di rabbia e dolore. Come per Mahnaz Mohammadi, Jafar Panahi, Faramarz Beheshti, Mostafa Alehmad e diversi altri cineasti iraniani, il riconoscimento artistico internazionale coincide con la privazione della libertà.