Fin dalle prime sequenze di Invisibili, la sospensione dell’incredulità -ovvero quel patto tacito fra spettatore e opera- introduce in un’ambientazione fisica e temporale marcata da contorni indefiniti e informi.

A cavallo tra un teen movie e un thriller gotico con qualche sfumatura romance, il secondo lungometraggio di Ambra Principato - che torna dopo Hai mai avuto paura? (2023) - dimostra un’apprezzata volontà di sperimentare con i generi, di rispolverare energicamente il thriller/horror della cinematografia italiana, con il rischio però di deragliare in un binario opulento, peccando di hybris.

 In un paese montuoso di Valbruna, il giovane Tommaso si stabilisce dai nonni dopo essere stato aggredito dalla madre all’interno dell’istituto psichiatrico dove si trova ricoverata. La difficoltà nell’integrarsi in una nuova classe, nel conoscere coetanei e nel convivere con i demoni che logorano la mente, spinge Tommaso ad avvicinarsi a Eloise Moser, una ragazza ribelle che ama rubare i rossetti rossi alle compagne e accendersi sigarette con un accendino mal funzionante.

Il filo invisibile che lega i due giovani è la sensazione di essere invisibile e di vivere in un limbo, un confine di attesa tra l’essere vivi e il sentirsi morti, dove al centro domina l’incapacità di riconoscersi. Dietro alla sfrontata sicurezza di Eloise però, si nascondono segreti oscuri e disagi profondi, primo fra tutti l’assenza del padre che, nei pochi momenti condivisi insieme, le ha insegnato il Notturno di Chopin al pianoforte, senza mai terminarlo completamente.

A tentare di portare un po’ di luce nella vita di Tommaso, ci pensa Sara, sua compagna di classe che come la Beatrice dantesca, lo sorveglia senza farsi vedere, facendolo avvicinare alla fotografia e ai progetti scolastici. In effetti, la metafora dantesca del viaggio, della catabasi e della riconciliazione, quel siamo vermi nati a formar l’angelica farfalla codificano una propria aderenza diegetica e narrativa che a suo malgrado, viene forzata da inquadrature rigide e da stacchi fin troppo concitati.

Il tallone di Achille di Invisibili, infatti, consiste proprio nel sovraccarico, nell’amalgama di generi che opprimono la narrazione in un andamento discontinuo e incoerente, specialmente nei riguardi di quei personaggi -come i nonni e i compagni di classe- che scompaiono dalla storia senza porsi troppi interrogativi. Il vortice dei segreti passati, delle amicizie interrotte che risucchia Eloise, Sara e tutti i compagni di classe meriterebbe un film a parte, mentre qui si limita ad essere un’approssimativa scorciatoia che si appella alla sospensione dell’incredulità per introdurre ad una realtà sovrannaturale orrorifica, sospesa tra i vivi e i morti.

Invisibili è un film sfuggente che fatica ad incasellarsi in un preciso genere, un po’ come una farfalla che svolazza leggera, senza mai posarsi. Le tematiche inserite - dalla malattia mentale al bullismo, passando per la violenza fisica, dall’assenza paterna al disagio di sentirsi invisibili agli occhi degli altri - offrono un potenziale narrativo che non viene strutturato e che finisce per stordire lo spettatore, restituendo un teen movie gotico con qualche sentore horror che sfuma nella vaghezza.