Isla Negra è una località costiera del Cile, meta esotica dalla conformazione paradisiaca che sorge ad un centinaio di chilometri dalla capitale Santiago. Un Eden in cui il regista Jorge Riquelme Serrano decide di irrompere con il suo terzo lungometraggio, inasprendo le tinte accese della vegetazione, delle scogliere e di un mare perennemente in agitazione per definire un ambiente tanto ammaliante quanto ostile.
Isla Negra diventa l’arena per uno scontro che non è semplicemente individuabile nei termini di una lotta classe, ma assume le sembianze di un confronto incandescente tra due visioni del mondo inconciliabili, atavicamente legate da un rapporto contrastante senza possibilità di risoluzione. Ci sono gli oppressi, un popolo di pescatori nativi del luogo, cui lo stato cileno ha sottratto terra e abitazioni per avviare un progetto immobiliare che prevede la costruzione di una moderna zona residenziale. E di conseguenza ci sono gli oppressori, come Guillermo (Alfredo Castro, il volto più noto all’interno di un cast eccezionale) e la sua assistente Carmen, che lavorando alla costruzione dei nuovi edifici si trasferiscono in quel luogo. Realtà discordanti che entrano inevitabilmente in conflitto.
Ed è sulla costruzione di questo conflitto, attenta e calibrata, che Riquelme Serrano trova la grandezza. Dapprima è una questione di sguardi posti su piani differenti; dalla Villa di Guillermo, che dalle sue ampie finestre scruta il basso litorale sabbioso su cui si sono stabiliti due coniugi locali assieme al padre in punto di morte. Uno sguardo che dall’alto di una posizione privilegiata e confortevole cade sulla disperazione di chi, conscio di non possedere più nulla, sceglie di vivere su un lembo di sabbia in segno di protesta. Poi c’è lo sguardo inverso, che dal baratro si alza alla ricerca della luce ma vede soltanto l’agio di chi si è arricchito a discapito dell’altro.
Da questi sguardi contrapposti si arriva a conoscere le persone e con esse i loro rancori e le loro paure. Il timore per la contaminazione della patina borgese viene innescato dall’insofferenza causata dall’ingiustizia, che come materiale infiammabile divampa in odio cieco di fronte all’impossibilità di trovare una reale mediazione. Tutti gli elementi vengono disposti fin dall’inizio, ma la potenza di questo racconto risiede nella lucidità con cui essi vengono centellinati e lentamente esplorati prima di innescare la reazione definitiva.
Isla negra è un dramma slow burn che in quanto a tensione narrativa ricorda il potentissimo As Bestas di Rodrigo Sorogoyen, al fine di inscenare un conflitto verticale tra classi differenti à la Parasite di Bong Joon-oh. In questo caso, però, il confronto non si estranea dal contesto in cui è collocato, non diviene mai archetipo, ma rimane ancorato a dei volti che si fanno carico di un dolore specifico. Un sentimento viscerale che non trova conforto né sollievo nella presunta razionalità di un mondo che fornisce soluzioni stanche tramite schemi legislativi iniqui e inscalfibili meccanismi burocratici.
In questo cataclisma emotivo, un ulteriore merito da riconoscere all’autore è quello di non cedere alla tentazione di schierare univocamente il proprio sguardo a favore della parte debole, i cui esponenti vengono raffigurati nel loro lato più umano e dunque anche sgradevole e respingente. Riquelme Serrano evita con disinvoltura il tranello di una facile presa di parte e, anziché andare alla ricerca di una grossolana lezione morale, mantiene saggiamente un’ambiguità che, ben lungi dall’essere risolutiva, spinge ad una più ampia e stimolante riflessione.
Consapevole, oltretutto, che per quanto i due poli possano apparire distanti, essi non sono separati da una netta linea di demarcazione, ma da un ampio spazio sfumato in cui ognuno è chiamato a riconoscersi.