Possiamo dirlo con relativa tranquillità: il cinema di Beth de Araújo, nel bene e nel male, non è particolarmente sottile. Giunta con Josephine al secondo lungometraggio dopo Soft & Quiet (2022), la regista americana di origini brasiliano-cinesi si relaziona nuovamente con alcuni degli aspetti attualmente più importanti e discussi delle società occidentali. Se nel primo lavoro, composto da un unico finto piano sequenza, la violenza al centro della narrazione riguardava la razza, qui si traduce in  uno stupro.

Partendo da un’esperienza capitatole realmente quando aveva otto anni, la cineasta ci posiziona sin dalla prima scena, girata interamente in soggettiva, nella testa di Josephine, la bambina che si trova a essere l'unica testimone diretta di un abuso sessuale avvenuto in un parco di San Francisco. Si tratta evidentemente di un evento di estremo impatto, amplificato dal suo non comprendere subito a cosa abbia esattamente assistito e il motivo per cui sia stato così sconvolgente per la donna asiatica che ha visto soffrire.

L'elaborazione del trauma risulta molto difficile anche per i genitori, incapaci di scalfire l’imperscrutabilità della figlia, restituita con una durezza assente dello sguardo dalla brava ed esordiente Mason Reeves. I due, che la sceneggiatura divide, abbastanza schematicamente, tra la fisicità atletica di Channing Tatum e la sensibilità da ballerina di Gemma Chan, si sovrappongono in modo chiaro e reiterato nella mente di Josephine all’uomo e alla donna visti nel parco.

Ma è in particolare la figura maschile a colpire l'immaginazione di Josephine, complice un rapporto con il padre molto più centrale nel film rispetto a quello con la madre. Un'entità che prende forma nella sua psiche come un fantasma, con una concretezza e una fatticità tali da evocare l’influenza dell’horror e i trascorsi della regista con la Blumhouse, produttrice del suo primo film.

Una presenza che deve essere esorcizzata attraverso la sua crescita, sancita dalla testimonianza che dovrà poi offrire in aula, passaggio necessario per garantire la condanna del colpevole. Come le spiega una delle esperte incaricate dal tribunale per gestire questo caso delicato, si tratterà di dover raccontare una verità paragonabile all’asserire che un pennarello rosso sia effettivamente di quel colore.

Questa totale assenza di ambiguità richiede semplicemente che venga constatato ciò che si è visto per cercare di evitare che l’ingiustizia si perpetri anche a livello giudiziario. Ma soprattutto necessita della prospettiva dell’infanzia, più che del femminile in sé, che per de Araújo è colpevole in egual misura, se non maggiore, del maschile, affinché possa esistere un futuro diverso per consapevolezza, responsabilità e capacità di difendersi.

Spostare l’attenzione della violenza di genere dal mondo adulto a quello dei più giovani, sottolineando la sempre più marcata assenza di una linea di demarcazione netta tra i due mondi e le loro dinamiche, accomuna il film ad altre operazioni di successo e in particolare ad Adolescence (2025), così come i piani sequenza sicuramente riapriranno l’eterno dibattito polarizzante sul loro utilizzo.

Una regia muscolare che si fa specchio di una certa sfiducia nei confronti della società e delle sue istituzioni, permettendo alla statunitense un'ambivalenza che la posiziona a cavallo tra la sfera liberal e quella conservatrice, così come la famiglia del film non è mai ben definita politicamente, tra giustizialismo e ripudio delle armi.

Il manicheismo che rende tangibile il male come presenza attiva nella psiche di Josephine appartiene anche alle immagini del film: esso risulta così evidente da rimanere impresso in forma materiale, rimanifestandosi sempre con sembianze distinte e inequivocabili. Un’immagine ricorrente che de Araújo sembrerebbe suggerire basti indicare e constatare per eliminare, prendendosi così sulle spalle chi, al contrario, non è stato capace di guardare e dunque di esorcizzare.