Oceano Atlantico, anno 2010. L’ennesimo laboratorio nella giungla, l’ennesimo esperimento che coinvolge la clonazione dei dinosauri. Un uomo in tuta anticontaminazione divora uno Snickers con discreta fretta, in piedi sulla soglia di un’area ad accesso limitato. La cinepresa si sposta lentamente sull’involucro della barretta: presto verrà risucchiato dall’impianto di contenimento, finendo per danneggiare una delle porte blindate. Morrissey canterebbe “Such a little thing, but the difference it made was great.”
A trentadue anni dall’uscita di Jurassic Park e al settimo capitolo di un franchise ormai ribattezzato Jurassic World, si potrebbe pensare che il termine “rinascita” non coinvolga necessariamente l’incipit girato da Gareth Edwards per Jurassic World - La rinascita. Eppure la scelta di focalizzarsi su un dettaglio così insignificante, persino risibile, un americanissimo prodotto del quotidiano come la lattina di Barbasol (la schiuma da barba in cui Wayne Knight nascondeva gli embrioni di dinosauro, nel primo capitolo), in realtà ci dice molto del film che stiamo per guardare.
C’è di più. La carta dello Snickers non contribuisce a liberare un dinosauro, ma una sua mutazione transgenica: il Distortus Rex (D-Rex, per gli amici). Il tempo di una fugace occhiata a questa creatura che ci appare come un incrocio tra Godzilla (Gareth Edwards girò il reboot marchiato Warner), il mostro di Cloverfield ed Eborsisk (il drago di Willow, come ha già fatto notare l’autorevole i 400 calci) e veniamo catapultati nel 2027, un futuro che è un po’ già presente. Non viene forse esplicitamente dichiarato dai cartelli seguenti? “L’interesse della gente nei confronti dei dinosauri è scemato.” Perché non passare direttamente ai mutanti?
Ma cosa significa applicare il termine “rinascita”, oggi, a un franchise che è da sempre incentrato ossessivamente su questo stesso concetto? Di certo non è una questione narrativa: anche in Jurassic World Rebirth il canovaccio resta più o meno lo stesso. Tuttavia, l’idea di farlo rimasticare a David Koepp — che oltre ad aver sceneggiato Jurassic Park e The Lost World è un vero Re Mida di blockbuster quali La morte ti fa bella, Carlito’s Way, Mission: Impossible e lo Spider-Man di Raimi — significa recuperare un po’ di quella spensieratezza della scuola fantascientifica anni ‘80 e ‘90. Esattamente come il nostro incipit, che si prende la libertà di rendere protagonista la carta di uno Snickers.
Torniamo al cartello incriminato: “l’interesse nei dinosauri è scemato.” Detta da uno Spielberghiano di ferro come David Koepp, questa cosa suona come una dichiarazione d’intenti. Koepp sembra voler mettere le cose in chiaro: ricercare il senso di meraviglia originale di (un capolavoro come) Jurassic Park è completamente inutile. Inutile ricercarlo in una CGI calcata che non riesce ad avere presa sullo spettatore quanto gli animatronics, qui usati pochissimo per esigenze produttive. Inutile ricercarlo in una continuity che fa leva da sempre sulla ripetizione. Tanto vale riproporre ciò che è familiare, con una mescolata che annulli gli sforzi della trilogia precedente, il Jurassic World firmato Colin Trevorrow che ha fallito su tutti i fronti. Anche per quanto riguarda l’effetto nostalgia, che nemmeno il cast del Jurassic Park originale è stato capace di salvare.
Gareth Edwards, d’altro canto, ha un’idea di regia ben diversa dal suo predecessore, basti comparare il suo Star Wars: Rogue One al soggetto scritto da Trevorrow per The Rise of Skywalker di J.J. Abrahams. Inoltre padroneggia da sempre la materia dei kaiju, i “mostri grossi”. Non è un caso che il suo primo lungometraggio (Monsters, 2010), ancora prima di Godzilla, ammiccasse spudoratamente a Jurassic Park, Cloverfield di Matt Reeves e a District 9 di Neil Blomkamp. Al contrario di Trevorrow, Edwards sa dirigere scene di autentica tensione e non gli importa quanto risultino familiari, né gli interessa rendere realistica una premessa che resta affascinante proprio in quanto assurda.
In quest’ottica, la sua regia si sposa benissimo con gli intenti di Koepp: Jurassic World Rebirth è una storia semplice. Anzi, diciamo pure semplicissima. Una grossa casa farmaceutica vuole impossessarsi del sangue di tre dinosauri creati a Île Saint-Hubert. Per portare a termine l’impresa si affida al dottor Henry Loomis, paleontologo (interpretato da Jonathan Bailey, che tra le altre cose ha un curriculum teatrale di tutto rispetto), e a un gruppo di mercenari capitanati da Zora Bennett (Scarlett Johansson) e Duncan Kincaid (Mahershala Ali), destinati a tenere le redini dell'intero film. A questo percorso, viene affiancata una storia parallela proprio come nella migliore tradizione del prodotto, quella dei “civili” che si trovano confinati proprio malgrado — o meglio: stupidamente — sulla stessa isola giurassica.
A proposito di non cercare coerenza e realismo in Jurassic World Rebirth: ben venga la famigliola che pensa sia una buona idea fare una gita in barca nel cuore di un’area interdetta agli esseri umani (qui Edwards cita Spielberg con ancora più sfacciataggine, facendo fare allo Spinosaurus la parte dello Squalo). Ben vengano anche i “mercenari dal cuore d’oro” (mai visti dei mercenari così filantropi, avidi solo all’apparenza, capaci di mettere la vita umana davanti ai propri interessi e obiettivi).
Non faremo certo la parte degli schizzinosi, men che meno davanti alla retorica più spicciola. Ma se la rinascita dell’interesse verso i dinosauri deve passare per un ibrido che sa di usato sicuro, ecco: missione compiuta. Né i Mutadons (incrocio tra gli Pterosauri e i Velociraptor) né il D-Rex sembrano reggere il confronto con le loro matrici. Anzi, l’inseguimento del T-Rex, quello “vero”, resta una scena molto migliore e decisamente più minacciosa del lungo climax finale.
Intendiamoci, Jurassic World Rebirth è il miglior capitolo di Jurassic World in cui potessimo sperare finora, nonostante il paragone con il precedente, noiosissimo Dominion risulti davvero impietoso. Ma per quanto Edwards giochi “all-in” con la sospensione dell’incredulità di Koepp, non fa per il franchise ciò che ha fatto per Star Wars con il suo Rogue One. Insomma, non fa leva su ciò che (già) sappiamo per costruire una nuova suspense, piuttosto fa quello che ha già compiuto Fede Álvarez con Alien: Romulus.
E sì che una connessione c’è, l’ha ammesso Edwards stesso parlando del suo D-Rex: “è come se il T-Rex fosse stato disegnato da HR Giger.” Quasi, a voler essere onesti. Rispetto all’approccio di Álvarez, che ripensa la mitologia di Alien bilanciando (timidamente, s’intende) il “nuovo” con le aspettative del pubblico, Edwards sembra affrontare il mondo dei dinosauri con troppa sicumera, sollevando il piede dall’acceleratore proprio quando sarebbe stato interessante spingersi un po’ più in là.
Quel che manca, alla fine, è sempre una buona dose di coraggio. Se Edwards è senza dubbio l’uomo giusto a cui affidare Jurassic World, sarebbe bello che la “rinascita” passasse dal non far estinguere l’immaginazione. Riponendo fiducia non solo nella devozione degli spettatori, ma in quel senso di meraviglia che ci fa ancora guardare in alto, di tanto in tanto. A quel punto, potremmo anche non accontentarci di un film che, in fondo, è soltanto discreto.