“La vita non segue alcun ordine”, scrive Lidia Yuknavitch nel romanzo autobiografico La cronologia dell’acqua. “Gli avvenimenti non rispondono al rapporto di causa ed effetto come vorremmo. È tutta una serie di frammenti e ripetizioni e trame. Questo condividono il linguaggio e l’acqua”.
Fedele a questa intuizione, elaborata appunto attraverso la similitudine con l’acqua – che ha da sempre un ruolo centrale nella vita di Yuknavitch –, l’omonimo esordio alla regia di Kristen Stewart rigetta ogni pretesa di ricostruire linearmente la vita della sua protagonista, preferendo procedere per squarci di memoria, scene brevissime e giustapposizioni.
La vita della scrittrice statunitense, del resto, è complessa da riassumere in poche righe, ed è certamente complessa da mettere in scena in un film: Yuknavitch (interpretata da Imogen Poots) è cresciuta in una famiglia in cui il padre (Michael Epp) abusava psicologicamente e sessualmente di lei e della sorella Claudia (Thora Birch), nella totale indifferenza della madre, che soffriva di alcolismo. Riuscita a scappare grazie a una borsa di studio per meriti sportivi – la scrittrice ha coltivato il sogno di nuotare a livello agonistico, poi sfumato a causa del suo abuso di alcool e droghe –, Yuknavitch si ritrova a dover comunque fare i conti con la sua infanzia e con l’impatto che ha avuto su di lei.
È una resa dei conti costante, che si presenta a ogni snodo nella vita di Lidia: aleggia come un fantasma sui matrimoni falliti; la tortura quando perde il suo primo figlio, nato morto; incombe sulla sua borsa di studio persa; la tormenta, maligna, quando le viene offerta la possibilità di partecipare a un corso di scrittura con Ken Kesey (l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, interpretato nel film da Jim Belushi), quando decide di laurearsi e di conseguire un dottorato, quando inizia a scrivere professionalmente e quando fa un incidente guidando in stato di ebbrezza.
Quella che si porta dietro, scrive sempre Yuknavitch nel suo libro di memorie, è una vergogna tipica delle persone danneggiate: “La vergogna di volere qualcosa di bello. La vergogna di provare qualcosa di bello. La vergogna di non credere che meritiamo di trovarci in una stanza con le persone che ammiriamo”.
Questa sequenza di eventi traumatici, ma anche di piccole vittorie e di sconfitte in qualche misura auto-inflitte, è appunto raccontata da Stewart e Poots attraverso squarci disordinati di ricordi, pensieri sussurrati e inquadrature così vicine da essere quasi claustrofobiche. La soluzione è lontanissima dal voler raccontare la storia di una progressiva guarigione o dal fornire allo spettatore qualsiasi forma di catarsi, e ha il merito di risultare fedele all’esperienza raccontata da Yuknavitch.
Proprio questa fedeltà all’esperienza soggettiva, però, comporta un prezzo. La selezione degli eventi rappresentati – tutti in qualche misura dolorosi – rischia infatti di sembrare più un lungo, disordinato compendio di traumi che il racconto vibrante e sincopato di una vita violenta. Cedendo, insomma, alla tentazione di chiedersi cosa resti della Lidia Yuknavitch cinematografica al di là del tormento che la accompagna da quando era bambina, è alto il rischio che la risposta sia ‘non molto’: e questo aprirebbe forse un capitolo troppo lungo da esplorare sul confine tra rivendicare il dolore come parte di una storia di vita e lasciare che quello stesso dolore la definisca.
Eppure, le inquadrature strettissime e la grana ruvida del 16 mm suggeriscono che Stewart sia interessata a qualcosa di diverso da un semplice catalogo di sofferenze. Il film insiste sul corpo prima ancora che sulla psicologia, trasformandolo nel luogo in cui il trauma continua a manifestarsi e rendendolo così il punto d’incontro tra violenza e desiderio, lutto e rinascita: Lidia vive, nuota, suda e sanguina in un corpo che diventa l’unico vero luogo di continuità del racconto.
Le perplessità sul ritratto che il film costruisce della sua protagonista finiscono dunque per ridimensionarsi se si accetta che Stewart non stia cercando di raccontare Lidia Yuknavitch nella sua totalità, ma piuttosto il modo in cui una vita viene attraversata dal trauma e il rapporto mutevole tra un corpo e le ferite che porta con sé. Da questo punto di vista, allora, La cronologia dell’acqua è un esordio imperfetto ma coraggioso, capace di trovare una forma cinematografica coerente con la materia dolorosa e frammentaria da cui prende origine: una materia fatta di carne, sangue e ricordi che affiorano e si ritirano, come acqua.