Sorrentino torna in concorso a Venezia a quattro anni di distanza da È stata la mano di Dio con La grazia, rinnovando il sodalizio artistico con Toni Servillo, qui nei panni di un fittizio presidente della repubblica. Siamo però lontani dalle incursioni in ambito politico de Il Divo o Loro e seppure non manchino riferimenti e prese di posizione rispetto al contesto nostrano, ci si trova in tutt’altro territorio. Più che alla politica, il regista sembra interessato alla narrazione di una crisi personale, raccontando di un uomo statuario e risoluto, divenuto preda dei propri dubbi.
Mancano sei mesi al termine del suo mandato, ma dopo quasi sette anni Mariano De Santis sembra tutt’altro che felice di tornare a casa. La sua uscita di scena è poi complicata dalla proposta di legge sull’eutanasia, fortemente supportata da sua figlia, e da ben due richieste di grazia volte a scarcerare un uomo e una donna, colpevoli entrambi di aver assassinato il proprio partner.
Il presidente è dunque posto sin dall’inizio davanti a un dilemma, che non riguarda però le sole questioni sopracitate, ma anche il modo in cui ha intenzione di chiudere la propria carriera politica, contraddistinta da scelte mai destabilizzanti e volte sempre a cercare un compromesso che non scontentasse nessuno. Non a caso ha un retaggio democristiano e non lo nasconde affatto, anzi, pare essere apprezzato da tutti proprio per questo, ciononostante è lui stesso a mettere in crisi i propri criteri di giudizio. La lunga carriera da giudice e la passione per il diritto penale lo hanno sempre spinto verso la ricerca della verità, o meglio, di quella che, dopo un’attenta analisi burocratica, si dimostra essere la realtà dei fatti, ma adesso pare più lontana che mai.
Difatti è un personaggio disperato quello messo in scena da Sorrentino, con un solo polmone rimasto fuma sul tetto guardando l’orizzonte in cerca di risposte e talvolta sembra guardare anche in macchina, verso di noi, quasi fosse consapevole della presenza di un pubblico che da lui attende una soluzione. A dire il vero, a tormentarlo più di ogni altra cosa è il pensiero della moglie, defunta 8 anni prima e che una volta, in 40 anni di matrimonio, lo ha tradito, anche se non sa con chi. Ecco un’altra domanda senza risposta.
Appesantito dai dubbi, dall’incapacità di superare il lutto e dal peso delle aspettative chiede consiglio persino al Papa, se non fosse che la Fede è l’esatto opposto della verità, si tratta di credere in qualcosa pur non avendone prove, l’esatto contrario di ciò che ha fatto per una vita intera.
E per certi versi sembra quasi che con la fine dell’incarico si avvicini di più anche la sua dipartita. La scadenza del mandato assume infatti le sembianze di una malattia terminale, portandolo a ragionare sul modo in cui ha condotto la propria vita, su ciò che ha perso o non ha mai notato, e con totale disillusione verso la libertà che la pensione potrebbe concedergli. Così, vittima di sé stesso, attende “la morte” e nel frattempo riflette sull’eutanasia.
Il problema è che il buon vecchio presidente è sempre rimasto fedele ai propri principi, ancorato alla propria rigidità, pesante come il Cemento Armato (è così che lo chiamano gli altri) e adesso rimpiange una leggerezza che forse non ha mai avuto, chiedendosi come sarebbe dormire in assenza di gravità. Insomma, abituato ad avere sempre le risposte, soffre al moltiplicarsi delle domande.
Perché se Parthenope era mossa da una curiosità antropologica che condizionava il suo approccio al mondo, Mariano De Santis ha studiato e praticato diritto per troppo tempo, arrivando a idealizzare la verità, facendo in modo che la ricerca della suddetta influenzasse la sua intera vita.
Paradossalmente, la soluzione per la sua crisi è accettare l’assenza della stessa, non vi è modo di raggiungere una verità assoluta, per cui non resta che smettere di cercarla per crogiolarsi nell’incertezza. La grazia dunque non è altro che un'esaltazione del dubbio, ciò che il protagonista ha sempre rifuggito e da cui ora è invece tormentato, ripensando alla sua carriera, alle scelte da compiere, all’amore.
Raccontando lentamente i dilemmi interiori di un personaggio che spesso si ritrova a monologare da solo in stanze troppo grandi per una singola persona (un cliché), Sorrentino gira un film sorprendentemente asciutto esteticamente, toccante nella sua semplicità e che, nonostante la solita retorica che lo contraddistingue, è in realtà molto chiaro, forse fin troppo.
Mai come in La grazia, infatti, il regista è stato così didascalico. Pur essendo una pellicola incentrata interamente sulla faticosa e inutile ricerca della verità, neutralizzata, appunto, dalla potenza del dubbio e dal piacere dell’illusione, il testo che ci si para davanti è privo di qualsiasi ambiguità.
Ogni qualvolta i personaggi arrivano a un punto di svolta si ritrovano puntualmente a declamare monologhi atti a spiegare ciò che provano, o sono arrivati a comprendere, eliminando del tutto il mistero. Ecco dunque che il fascino poetico di La grazia (il film e il concetto che vi è dietro) viene completamente annullato da una fredda prosa, che ne limita dunque la potenza (seppur rendendo la pellicola più accessibile).
Magari dopo un film ermetico come Parthenope Sorrentino ha provato a invertire la rotta, magari è una decisione dettata dall’attitudine del suo protagonista, preciso, formale e meticoloso nelle risposte o magari no. Effettivamente non c’è modo di saperlo e, a dirla tutta, va bene così.