C’è qualcosa di profondamente controintuitivo in La mia famiglia a Taipei. Un film che parla di tradizioni che opprimono, di corpi da raddrizzare, di mani “sbagliate”, nasce da una scelta produttiva che va nella direzione opposta: ridurre, alleggerire, sparire. Shih-Ching Tsou decide di girare il suo primo lungometraggio da regista solista con un iPhone 13. Non per provocazione. Non per virtuosismo. Ma per necessità emotiva.

La regista taiwanese ha spiegato come portare una cinepresa tradizionale in un mercato notturno di Taipei significasse trasformarsi immediatamente in un corpo estraneo. Tutti si fermavano. Tutti guardavano. Tutto cambiava. Lo smartphone, invece, permetteva al cinema di tornare a essere un gesto quotidiano, ai confini dell’invisibile. Come una mano che annota, come uno sguardo che passa.

La macchina da presa non domina mai la scena. Cammina accanto ai personaggi, resta all’altezza dei loro occhi, spesso un po’ più in basso. Segue I-Jing, la bambina protagonista, nel caos del mercato notturno, tra vapori di cibo, luci al neon e voci che si sovrappongono. Il mondo non viene spiegato: accade.

L’iPhone 13 non cerca di imitare il cinema tradizionale. Al contrario, accetta i suoi limiti e li trasforma in grammatica. Le immagini sono vive, instabili, porose. Sembrano respirare insieme allo spazio che le circonda. La città di Taipei non è uno sfondo, ma una presenza continua, invadente, affettuosa e crudele allo stesso tempo. In questo senso, la scelta tecnica diventa immediatamente una scelta narrativa: per raccontare chi vive ai margini, il cinema deve imparare a stare ai margini.

La storia è semplice, quasi minimale. Una madre single e le sue due figlie si trasferiscono in città per aprire un chiosco di noodles. Il nonno insiste perché la più piccola, I-Jing, smetta di usare la mano sinistra: una superstizione antica, una correzione che sembra innocua, ma che porta con sé secoli di controllo sul corpo e, per estensione, su quello femminile.

La mano sinistra diventa così il centro simbolico del film. Non è solo una questione di abitudine, ma di identità negata, di un gesto che deve essere corretto per non disturbare l’ordine delle cose. Tsou non enfatizza mai il conflitto, non lo trasforma in melodramma. Lo lascia sedimentare nei silenzi, negli sguardi, nei piccoli rimproveri quotidiani.

Ed è proprio qui che la regia si fa più potente: nel rifiuto di spiegare troppo, di guidare lo spettatore. Come la bambina protagonista, anche chi guarda deve orientarsi da solo in un mondo di regole implicite.

L’eredità della collaborazione con Sean Baker è evidente, ma mai ingombrante. C’è lo stesso amore per i personaggi invisibili, per le economie precarie, per le comunità che raramente arrivano al centro del racconto cinematografico. Ma Tsou aggiunge qualcosa di suo: una delicatezza quasi ostinata, uno sguardo che non vuole denunciare, bensì comprendere.

Girare con uno smartphone permette anche questo: ascoltare di più. I confini tra messa in scena e vita reale si assottigliano. Le persone che attraversano l’inquadratura non sembrano comparse, ma frammenti autentici di un ecosistema urbano che continua a vivere indipendentemente dal film.

La mia famiglia a Taipei non è un film “girato con l’iPhone”. È un film che usa l’iPhone per togliere importanza alla tecnologia. Sarebbe interessante conoscere accessori, lenti e LUT utilizzate, ma il risultato finale è l’opposto del feticismo tecnico. In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica viene spesso esibita come valore in sé, Tsou compie un gesto radicale: sceglie lo strumento che le permette di essere più umana, non più performante.

Alla fine, quella che rimane addosso è una sensazione rara: quella di aver condiviso del tempo, non solo una storia. Di aver abitato uno spazio insieme ai personaggi, senza che il film ci chiedesse continuamente di guardare “meglio” o “più da vicino”. Forse è questo il senso più profondo della scelta di girare con uno smartphone: ricordare che il cinema, prima di essere spettacolo, è presenza. Un corpo accanto a un altro corpo. Una mano — destra o sinistra che sia — che prova a raccontare il mondo così com’è.