In Mare dentro di Alejandro Amenábar, un tetraplegico chiedeva allo Stato di permettergli di porre fine alla sua vita, affiancato nel percorso da due donne, l’una determinata ad aiutarlo e l’altra a fargli cambiare idea. A fine film le donne erano ancora con lui, ognuna però sulla posizione opposta a quella per la quale lo aveva cercato e conosciuto. Il nucleo della questione era tutto nell’eloquenza clamorosa di queste orbite di sceneggiatura: nessuna opzione giusta o sbagliata, né Dio da una parte e un reato dall’altra, solo l’individualità totale della scelta.

Esattamente vent’anni dopo, il fine vita torna, quasi immutato nella discussione sociale e normativa che lo accompagna, con La stanza accanto di Pedro Almodóvar. Se in Dolor y Gloria il regista spagnolo sfiorava, temendolo, il pensiero della morte, esito fra i possibili dei tanti acciacchi del suo Salvador autorecluso sì in casa, ma ancora desideroso di vivere e ricordare, qui siamo al valico fra quello stadio, Ingrid, e il successivo, Martha.

Sono entrambe scrittrici: la prima di romanzi, l’ultimo dei quali, fresco di edizione, affronta proprio la sua paura della morte, e la seconda giornalista di guerra con un tumore in fase terminale, avvezza da sempre al pericolo di cadere sul campo, ma a questo anestetizzata come i fotografi di Civil War, e a contatto millimetrico con la morte altrui, di massa e costante in ogni angolo del mondo visitato per lavoro.                 

Non c’è dibattito in La stanza accanto, nulla della decisione di Martha di suicidarsi e di quella di Ingrid di farle compagnia nei giorni precedenti il gesto è messo in discussione, né lo diventa una volta usciti dalla sala. Se in Mare dentro la centralità dell’autodeterminazione emergeva dal ribaltamento di convinzioni fra le compagne di Ramón, qui è un dato di fatto mai verbalizzato, ma intenzionalmente, semplicemente, racchiuso nello stile. Che è rarefatto e fluido, nordico alla maniera del bergmaniano Persona, sviluppato su inquadrature cartesiane e invernali concepite per consegnarci prima ancora che due personaggi due spiriti, capaci in virtù di questo di abitare silenziosi e in pacifica attesa stanze e ambienti.

Se quello di Ingrid cerca e trova un contatto terreno nel confronto con l’altro sesso, che fa a più riprese capolino nel suo giovane prestante allenatore e in Damian, focoso ex amante di entrambe, quello di Martha, che terminata la rassegna dei ricordi più significativi, anche fisici e amorosi, desidera solo andarsene, nel suo stato liminare è variamente replicato. Nella se stessa adolescente, madre precoce precocemente a contatto con la morte del padre di sua figlia -occasione per Almodóvar di misurarsi con l’orizzonte dei paesaggi americani-, e nella figlia adulta, anch’essa in bilico fra persona e fantasma sia prima sia dopo il trapasso della madre.

Abbandonato ogni sentimentalismo mediterraneo, l’irriducibile human voice del settantenne Almodóvar rappresenta le donne di La stanza accanto quali entità cui vedere attraverso, come lo sono per Ingrid e Martha le vetrate dell’ospedale, del cinema di New York in cui guardano Viaggio in Italia e della casa in cui si ritirano per ammazzare letteralmente il tempo che le separa dal saluto. Facendo cosa, soprattutto? Guardando classici del cinema sullo schermo (vetro) della tv.