Una sonnacchiosa umanità di provincia è ferma al semaforo della modernità. Il suo dormiveglia è agitato da incubi di classe: il padrone discende dall'alto per porgere al servo il feticcio di una ricchezza promessa, ricompensa per una vita di sudditanza. Ma Doriano e Carlobianchi, relitti della controcultura “americaneggiante” anni Novanta, conoscono solo le linee orizzontali dell'asfalto, quelle che conducono alla prossima tappa del loro tour alcolico, a caccia dell'ultimo drink. In un bar, Doriano fissa l'oggetto del suo desiderio: un cocktail ai gamberi. Sarà forse il suo ultimo giro?
Imbucati a una festa di laurea, i due s'imbattono in Giulio, giovane studente in architettura, il cui unico, mortifero, desiderio pare essere la visita alla Tomba Brion. Piuttosto che provarci con la festeggiata, il ragazzo preferisce sottrarsi alla festa. L'indomani, Giulio scrollerà le storie del party, spettatore passivo delle esistenze altrui. Questa sarà l'unica apparizione del digitale in un film che lotta per strappare il proprio personaggio ai flussi desideranti abituali per immetterlo in una narrazione che gli restituisca la concretezza analogica di uno sguardo in prima persona.
Giulio è, forse come ogni personaggio fin qui interpretato da Filippo Scotti, un vuoto da riempire. Con la differenza, rispetto, ad esempio, al suo Fabietto di È stata la mano di Dio, che qui non s'attende una rivelazione dall'alto, la realizzazione di un'Astrazione. Il regista Francesco Sossai si prodiga piuttosto a tirare fuori da questo pezzo di carne svuotato d'anima, se non un radicamento identitario, quantomeno una nuova veste esistenziale.
Giulio fotografa un fatiscente edificio della zona industriale di Mestre, sembra genuinamente incantato dalle rovine, e per questo ascolta, assorto, le divagazioni memoriali di questi due ubriaconi. Memorie che si tingono di noir, sotto i panni gangsteristici di venditori clandestini di occhiali, finché, in una nuova zingarata, non saranno loro tre a impersonare degli architetti, in una villa a rischio demolizione per far posto a una fantomatica autostrada trans-europea.
Una modernità calata dall'alto depreda i tesori della provincia. A questo saccheggio, il regista s'oppone aprendo continuamente l'orizzonte della pianura, non solo con divertite scorribande, ma anche con inattesi anacronismi: un "capriccio" della scuola del Veronese, come l'autostrada, tentò di bypassare la terra di mezzo, espressione di un potere (qui della cultura alta) che da sempre mira ad annullare le distanze per svincolarsi dalla cultura periferica. Questa crisi delle distanze è, in fondo, una crisi del desiderio: un'intera cultura ha dimenticato il piacere di rincorrere, passo dopo passo e drink dopo drink, le proprie mete personali, troppo presa da obiettivi preconfezionati.
Gli spettri del potere minacciano questa terra, ma, indifferente, questa mimesi “jarmuschiana” non solo respinge ogni intimidazione, ma rifugge anche la funerea celebrazione dell'eredità. Sossai sa di dover problematizzare la questione stessa della trasmissione: nel suo precedente corto Il compleanno di Enrico, il Millennium Bug minacciava di sospendere ogni comunicazione, e anche qui abbiamo un passaggio interrotto, un segreto che forse va scoperto da sé, in prima persona.
Se per Giulio il Memoriale Brion è una "macchina per elaborare il lutto", Le città di pianura è piuttosto una macchina (in panne) per elaborare le proprie crisi. Un dispositivo che, claudicante, tenta di ripartire, rimbalzando i riflessi delle varie emergenze (di classe, di desiderio, di trasmissione) per alimentare il nostro bisogno di finzione e forgiare, tappa dopo tappa, una nuova immaginazione provinciale.