“Se qui avessimo vinto - e potevamo farcela - noi avremmo cambiato il mondo” (David Carne, Terra e libertà).
L’Università di Bologna, su proposta del dipartimento di Filosofia e del Dipartimento delle Arti, ha laureato Ken Loach in Scienze Filosofiche. Il regista e sceneggiatore del Free Cinema, il figlio di operai, l’uomo politicamente impegnato a sinistra come socialista democratico e umanista, dopo aver dedicato tutta la sua carriera cinematografica al racconto delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, dei workers, degli “ordinary people”, riceve una laurea in filosofia. Ken, dottore di pensiero.
La Lectio magistralis del maestro ha confermato in primis la sua natura di uomo assolutamente modesto, ma anche di regista cinematografico eccezionalmente privo di ego. Nelle prime battute del suo discorso, Ken Loach si comporta come un personaggio dei suoi film, ringrazia per il riconoscimento, dubita di poter essere all’altezza delle dichiarazioni di stima generosissime ricevute dai proponenti e poi fa un gesto contemporaneamente tenero e comico, si toglie il tocco per evitare che gli si “surriscaldi” il cervello.
Ecco l’umanesimo di Ken Loach. Quello che lo avvicina ai suoi personaggi, gente umile e spesso fragile, gente come Paul, Mick e gli altri che si sporca le mani sulle rotaie di una azienda ferroviaria prima pubblica e poi privatizzata, gente come Il mio amico Eric, il postino inglese a cui gli attacchi di panico hanno rovinato la vita ma che diventa capace di azioni epiche e coraggiose se motivato dalla difesa dei suoi affetti e confortato dalla solidarietà dei suoi compagni.
Loach fa un discorso di altissimo livello filosofico capace di illustrare cosa abbia plasmato il suo punto di vista sul mondo e come il suo lavoro di regista abbia saputo trasformarsi da semplice opera d’arte a interpretazione della vita, da pura osservazione ad atto politico. “La politica”, ha detto il maestro, “non vive nel fare politica, ma vive nelle persone”, per questo il suo cinema è un cinema delle piccole storie capaci di accendere i riflettori sulle contraddizioni e sui conflitti generati dalla società.
In una vecchia intervista a Loach di Graham Fuller (Loach secondo Loach, Ubulibri, 1998), alla domanda se fosse ottimista o pessimista riguardo allo stato della società, Loach rispondeva: "A breve termine non si può essere ottimisti, perché la gente è costretta ad affrontare una spirale di declino. Ma nel lungo termine credo di essere ottimista perché le persone comunque si difendono. La ragione per cui si fanno dei film è semplicemente permettere che le persone esprimano questo, considerare il loro tipo di resistenza, perché è quello che ci fa sorridere. È quello che ti dà la forza di alzarti la mattina".
La fiducia nella gente comune, nella capacità di risollevarsi e reagire a ogni genere di ingiustizia, alle falle del sistema che ti incastrano insensatamente, con speranza e convinzione, è il fattore comune di ogni opera di Ken Loach. Il sacrificio di Maya in Bread and Roses, che si fa espellere dagli USA dopo le lotte sindacali per un furto utile a sovvenzionare gli studi universitari di un compagno; la solidarietà inaspettata tra Daniel Blake e Katie, che gli fa perdere il diritto alla indennità di disoccupazione su cui basava la sua sussistenza, e lo fa poi morire senza una risposta dallo Stato; l’incredibile avventura di un padre in Piovono Pietre dove il disoccupato Bob deve ricorrere al prestito di un usuraio per comprare il vestito della prima comunione alla figlia.
Quando negli anni Sessanta Ken Loach iniziò a lavorare dietro alla cinepresa, dice, non sapeva come si facesse un film. Poi l’illuminazione arrivò dal cinema neorealista italiano: i film italiani del dopoguerra raccontavano grandi storie e l’importante lezione di cui si fece portatore il nostro cinema per Ken fu che “la classe operaia era un soggetto per il cinema…la classe operaia poteva essere un eroe”.
Loach decise quindi che avrebbe lavorato con la gente comune e che avrebbe raccontato il conflitto eterno e inconciliabile che attraversa la nostra società, cioè il conflitto tra coloro che vendono il loro lavoro e quelli che ne traggono profitto. E questo racconto è stato reso possibile dallo strumento della macchina da presa, che da lui viene usata come un occhio magico capace di osservare della realtà anche il più piccolo dettaglio: “la camera può vedere chi sei, può vedere la tua pelle, può vedere come hai vissuto, se lavori con le mani, qual è la tua dieta, se mangi bene o male, in che modo il tuo corpo cambia a causa del lavoro, il modo in cui parli, come usi il linguaggio, le tue battute, le tue relazioni, tutto di te”.
I film di Loach hanno così indagato la realtà in modo capillare e, partendo da un ideale modello di vita democratico ed egualitario, sono riusciti a focalizzare la nostra attenzione su tutte quelle situazioni in cui tale uguaglianza viene di fatto a mancare, insieme alla libertà delle persone e alla loro soddisfazione per le proprie esistenze nei vari contesti del posto di lavoro, famiglia o società allargata.
Il cinema di Ken Loach ribadisce ad ogni visione che “il dramma non è una prerogativa della borghesia”, siamo tutti ugualmente importanti. Il suo discorso da laureato focalizza ancora una volta l’attenzione su quelli che, dal suo punto di vista, sono i drammi dell’oggi. Sottolinea coraggiosamente l’indegnità di un mondo che vive sommerso da un terribile rigurgito di nazifascismi, un mondo politico che ha paura (o non ha convenienza economica) a schierarsi apertamente contro un nuovo genocidio, e a prendere seri provvedimenti per la crisi ambientale e climatica che sta minacciando lo stesso pianeta su cui poggiamo i piedi.
“La gente muore di fame senza carità nel settimo Paese più ricco del mondo, il lavoro è precario, i contratti sono spariti, oggi lavori domani chissà, la gente fa la spesa al supermercato anche per chi non può mangiare (ndr. le collette alimentari) il mondo si sta sgretolando davanti a noi”. Che cosa possiamo fare? La risposta di Ken Loach a tutte queste domande esistenziali, è sempre la stessa, ed è scritta in ogni suo film, perché “gli artisti sono i custodi della verità”: la solidarietà è la nostra forza la nostra conoscenza la passione.
La risposta ai problemi del singolo individuo può venire solo da azioni collettive messe in moto dal comune sentire. Eric, che non sa come reagire alle prepotenze di uno psicopatico che tiene in scacco il suo figliolo, trova soluzione al suo dilemma personale nell’azione sociale che chiama in difesa della sua famiglia tutti i suoi amici e colleghi di lavoro (postini); Maya per risolvere i problemi sul posto di lavoro, decide di impegnarsi nelle lotte sindacali; lo stesso regista ne Il vento che accarezza l’erba si fa portavoce dei più deboli con un film di denuncia sulle lotte per l’indipendenza irlandese, che restituisce al popolo subalterno, sfruttato, martoriato dalla povertà, quella voce di cui, nella Storia, è stato sistematicamente privato.
Perché il regista è un essere umano e come tale resta capace di guardare il mondo con una prospettiva umanista: “non ci sono gerarchie, nessuno ha un’auto speciale e nessuno ha un posto col nome scritto sopra, ma siamo una squadra (...) Quando si fanno i film, deve esserci un senso di divertimento ma anche un senso di rispetto reciproco, ed è compito del regista garantirlo sul set. Per esempio, in una giornata piovosa, quando l’elettricista è fuori dalla finestra sotto la pioggia, tenendo in mano una lampada che sembra luce solare, ogni tanto è compito del regista uscire e chiedergli 'vuoi una tazza di tè'? Restate in contatto e siate una squadra".
La solidarietà sociale, sulla vita come sul set, il più grande insegnamento di un maestro, ascoltiamo la sua voce nei tempi bui di un individualismo becero ed esibizionista che ci sta portando all’autodistruzione.