Come direttore della fotografia, di western ne avevo fatti parecchi, e una prima cosa che avevo da ridire era sul loro uso della violenza fine a se stessa, una cosa che a me come spettatore mi dava proprio fastidio. Credevo che i western dovessero essere divertenti, anche perché si partiva già dall’imitazione di un mondo che avevamo sognato ma che non era il nostro, che noi non avevamo mai vissuto. A forza di farne viene però la noia. Si cambiavano un po’ di costumi, di ambienti, di facce, ma la musica era sempre quella, la chiave non cambiava mai. E un bel giorno, dopo averci pensato su parecchio, ne parlai con degli amici: “Io avrei l’intenzione di demistificare il genere”. Ho visto che l’idea piaceva e ho cominciato a scrivere questa storia con un alato parere, tra un esame di liceo e un altro, di mio figlio. Abbiamo sfruttato tutti gli elementi tipici del western americano: il vecchietto, il killer... Le donne no, perché non c’entrano niente, gli americani ce le infilavano solo per ragioni di mercato, ma erano fuori posto in queste storie. Mi sono servito un po’ di tutto, anche dell’esperienza fatta come direttore della fotografia di tanti film comici. Perfino dei film fatti con Totò: certi atteggiamenti, certi tempi. Per esempio, trasposta con altre parole, c’è una scena che mi era venuta pensando a una simile di Lo smemorato di Collegno, uno parla e parla, e ogni volta che si interrompe Totò gli fa: “Overo?”. Mi è servita per una tirata di un killer e le risposte di Trinità. Mai come nel caso di Trinità si può parlare di spaghetti western, perché era veramente uno scherzo all’italiana quello che volevamo fare.
Enzo Barboni, in L’avventurosa storia del cinema italiano. Da La dolce vita C’era una volta il west, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Edizioni Cineteca di Bologna, Bologna 2021


Il merito di aver messo insieme me e Bud Spencer fu di Giuseppe Colizzi, con cui facemmo Dio perdona... io no!I quattro dell'Ave Maria e La collina degli stivali. Dopo questi film io e Bud stavamo cercando lavoro, avevamo già visto due o tre copioni che non ci erano piaciuti. Intanto Barboni andava in giro per Roma con una sceneggiatura intitolata Lo chiamavano Trinità. I produttori l'aprivano e dicevano: “Cos'è tutto questo dialogo? Non ci sono morti? Passo!”. Noi decidemmo subito di correre il rischio. Sì, perché era considerato da tutti un rischio fare un film così strano, con delle battute particolari. Lui aveva già pensato di farlo con altri due attori, George Eastman e Peter Martell, ma, visto che eravamo lì subito disponibili, ci disse che gli andava bene e che lo avrebbe fatto fare a noi. [...] Io avevo interpretato sempre ruoli drammatici, e quando uscì Trinità fui il primo a sorprendermi di questo successo anche perché non sapevo di essere divertente. Pensai: “Allora faccio ridere!”.
Terence Hill


Un giorno ho parlato del progetto a Zingarelli, che aveva già prodotto qualcosa, e lui se l’è letto attentamente, tamburellando sicuramente col fermacarte sulla scrivania come è sua abitudine, e poi mi ha chiamato e mi ha detto: “Facciamo il film!”. Intelligentemente non ha detto: “Il regista è esordiente, spendiamo poco”; ha detto invece: “Cerchiamo di farne un buon film, di farlo come si deve!”. I momenti erano difficili, il western non andava più, eppure ci ha investito dei bei soldi senza mai fare storie, lasciandomi assolutamente libero di fare quello che volevo. […] Lo chiamavano Trinità... è costato sui quattrocento milioni, credo, e ha fatto sei-sette miliardi di allora, con i biglietti ancora a milleduecento lire. Ha avuto tanto successo in Italia che ha incuriosito anche l’estero, e in Germania ha avuto un successo quasi pari a quello italiano. Avendo fatto per tanti anni il direttore della fotografia pensavo che da parte dei produttori ci potesse essere un po’ di resistenza a vedermi come regista, e cambiai il nome in E.B. (cioè Enzo Barboni) Clucher, che era il cognome di mia madre. La coppia Bud Spencer-Terence Hill era stata formata per un film di Colizzi, che ebbe un buon successo commerciale ma non esplose come Lo chiamavano Trinità... […] Non si poteva neanche dire chi fosse la spalla dell’altro, perché erano veramente complementari come personaggi, e anche con una certa autonomia, tant’è vero che hanno fatto molti film separati, anche se senza il successo che hanno quando sono in coppia. Bud Spencer si porta sempre dietro il personaggio dei primi film, Hill ha tentato di cambiarlo un po’. Il primo un po’ infantile (il personaggio, non l’attore), tutto istinto, molto buono, non troppo intelligente; il secondo bellino, senza forza bruta, più furbo. Pedersoli aveva dedicato tutta la vita allo sport, poi aveva fatto qualcosa nelle produzioni ma non come attore. È uno che si dà molto da fare, è un grosso personaggio. Con me, ma credo anche con gli altri, è stato molto attento, molto rispettoso delle idee del regista.
Enzo Barboni, in L’avventurosa storia del cinema italiano. Da La dolce vita a C’era una volta il west, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Edizioni Cineteca di Bologna, Bologna 2021