Dag Johan Haugerud è attualmente uno degli autori di punta in ambito critico, cinefilo e festivaliero. Dopo aver ottenuto diversi riconoscimenti alla Berlinale 2024 con Sex e aver vinto l’Orso d’oro con Dreams, le sue opere iniziano a vedere la luce nelle sale italiane, grazie alla solerzia di Wanted Cinema. Love è l’ideale tassello conclusivo della sua trilogia dedicata all’introspezione dei rapporti umani, dopo Sex e Dreams.
Quello del cineasta norvegese è un cinema limpido, asciutto e talvolta minimalista a livello di messa in scena, fatto di pochi e calibrati movimenti di macchina che puntano a far risaltare volti e sguardi dei personaggi posti davanti all’obbiettivo (sempre alla giusta distanza), amalgamandoli all’urbanistica della città di Oslo, un complesso di abitazioni, ponti e strade che respira, vive, pulsa e soffre con e attraverso di loro.
Quelle descritte da Haugerud sono storie ordinarie, fatte di gente comune, medici, infermieri, insegnanti, studenti, spazzacamini, a cui viene applicata una profonda introspezione filosofica nella disamina delle loro aspettative, pulsioni e paure, attraverso una struttura narrativa in cui la potenza fluida del dialogo diventa la forza vitale che li abita.
Love racconta le insoddisfazioni amorose di Marianne, urologa cinquantenne che confida i propri patimenti sia all’amica Heidi, ma soprattutto all’infermiere omosessuale Tor incontrato sul traghetto e con il quale inizia a confrontarsi raccontandogli le proprie esperienze più intime.
In molti hanno avvicinato il cinema dialogato e filosofico di Haugerud a quello di Éric Rohmer e Love gli si avvicina anche nella suddivisione in capitoli che scandisce i diversi giorni del mese di agosto (come accadeva in Un ragazzo, tre ragazze), ma forse sul piano tematico è più affine al canadese Denys Arcand, per quella propensione alla commedia umana intrisa di malattia e sentimenti, in altalena tra delicatezza e asprezza.
Love, un po' come La natura ambigua dell’amore e Le invasioni barbariche, parla di amore in senso universale, in cui sesso, sentimenti e orientamento sessuale si mescolano in un unico sguardo complice e compassionevole verso l’umanità tutta, di cui Marianne e Tor sono spettatori e al contempo attori, comparse e protagonisti di un’appassionante e dolorosa recita chiamata vita. La rassegnazione della prima viene spronata da una certa spregiudicatezza del secondo nel conoscere, godere ed esperire la realtà prima che subentrino la malattia e la morte.
Kjærlighet (titolo originale dell’opera) tratta la malattia e la conseguente paura di morire come una presenza costante all’interno del quotidiano, il film si apre con una diagnosi di tumore alla prostata, ma questo non inficia un forte senso di speranza rinvenibile all’interno delle relazioni umane.
Love è un grande racconto intimo sui desideri e le paure personali, ma al contempo anche un affresco sociale sul rapporto tra provincia e capitale, una profonda e acuta riflessione sull’identità personale e sull’identità collettiva di appartenenza a una comunità, nell’essere tutt’uno con essa pur mantenendo sempre la propria individualità.
Sotto il velo di un asettico scorrere quotidiano (in alternanza tra illuminazioni notturne e diurne) si agita un fermento di vitalità che esplode in un finale aperto, vivace e intriso di speranza.