Era il 1985 quando Mamoru Oshii, forte del successo della serie animata Lamù la ragazza dello spazio e dei relativi spin-off, si dedicò al suo primo lungometraggio d’autore per il mercato domestico: L’uovo dell’angelo. L’insuccesso commerciale del film era prevedibile, e bisognerà aspettare la notorietà mondiale del suo Ghost in the Shell affinché anche L’uovo dell’angelo esca parzialmente dal dimenticatoio. Certamente si tratta di un’opera oscura e radicale, nebulosa al limite del respingente.

Due personaggi senza nome, una bambina e un uomo, vagano attraverso uno spazio quasi inanimato, dove tutto sembra già successo. Lei protegge un grosso uovo, forse neppure lei sa il perché, e lui insegue una visione, armato di una croce. Il loro percorso si snoda per una tetra città gotica composta da enormi cattedrali e cunicoli scavati tra macerie di pietra e metallo. Le lunghe inquadrature, spesso fisse, restituiscono un senso di vuoto, di lentezza e stagnazione.

L’assordante silenzio da città fantasma viene squarciato solo sporadicamente dai rintocchi dei campanili, da colossali macchinari automatizzati o da persone incappucciate a caccia di ombre. Come i rumori, anche i dialoghi sono ridotti al minimo, e si tratta perlopiù domande che non trovano risposta.

Neppure i personaggi hanno una chiara idea di chi siano, da dove provengano o dove stiano andando. La cosa più vicina a un contesto che viene fornita è un monologo dell’uomo, che racconta dell’ecatombe causata dal diluvio universale e di come i sopravvissuti aspettino l’avvento di un uccello messianico. Che loro siano i sopravvissuti, che stiano aspettando il diluvio, oppure che il racconto biblico sia solo una leggenda poco importa.

Ogni interpretazione è valida perché nessuna è certa. In L’uovo dell’angelo il simbolismo biblico si spreca ma muore inascoltato. Coglierlo non serve a nulla, la reticenza lo stronca. I personaggi non esprimono che la loro fisicità cadaverica, realizzata dal grande Yoshitaka Amano, e non fanno altro che mandare avanti un tempo sempre uguale a sé stesso. Forse una storia sulla speranza, forse sull’illusione, forse sul superamento dell’umanità. Forse neppure una storia, ma solo due attanti alla fine del tempo.

Perfino la gerarchia fra creature e oggetti inanimati perde di senso, dal momento che entrambi non sono che tratti di matita. Le suggestioni sono molte ed è qui che risiede il fascino intramontabile di quest’opera limite, l’apogeo del nichilismo su pellicola: un mondo in cui nulla ha significato o non riesce a comunicarlo.