Yumiko rimane vedova, appena ventenne e con un neonato da accudire. Non conosce il motivo per cui suo marito si sia suicidato, né se ve ne sia uno, e questa inconsapevolezza la lacera. Anni dopo convoglia nuovamente a nozze e si trasferisce dallo sposo, in un ameno villaggio di pescatori. Non si percepisce alcun attrito fra Yumiko, il suo bambino, e la nuova famiglia acquisita; eppure sorridono senza gioia, il silenzio ha la meglio sulla parola.
È difatti l’assenza la vera protagonista di Maborosi – I bagliori dell’anima, lungometraggio d’esordio del brillante regista Hirokazu Koreeda. Come per il romanzo di Teru Miyamoto da cui il film è tratto, il titolo originale si può tradurre “luce fantasma”, cioè un misterioso fenomeno metafisico e ingannevole, menzionato con timoroso dubbio da uno dei personaggi.
La sfida concettuale per Koreeda è mettere in scena la distanza fra la luce e il fantasma, fra un’azione esplicita e una motivazione insondabile. La vita di Yumiko va avanti, nonostante tutto, sembra anzi che sulla carta vada tutto bene, ma il vuoto lasciato da quell’effetto senza causa sembra inquinare la sua nuova vita matrimoniale. Non si tratta di elaborazione del lutto, benchè la dominante cromatica nera dei lunghi vestiti e delle scenografie sembri suggerirlo, quanto di convivere con un passato vuoto di senso senza che il presente perda di senso.
Quasi fosse un atto di filosofia del cinema, Koreeda riesce a raccontare il personaggio di Yumiko mettendo in scena quel vuoto. Per prima cosa occorre svuotare il tempo, cioè svuotare le azioni del loro senso, ridurle a esercizi fisici prive di programmaticità. Ecco dunque che la trama viene diretta verso punti anticlimatici da gesti minimi dilatati nel tempo, come spazzare le scale o passeggiare coi bambini, oppure questi si arenano nell’insondabile mente di Yumiko, spesso inquadrata mentre guarda fuoricampo in contemplativo silenzio.
Nessuna azione lascia presagire del disagio, ma ciascuna sequenza ne è pregna. In seconda istanza, Koreeda svuota lo spazio attingendo a piene mani dalle caratteristiche tecniche registiche di Ozu. Attraverso asettiche inquadrature all’altezza degli sguardi, ordinate e così lontane dal soggetto che spesso partono in un’altra stanza, la regia ci allontana dai personaggi e dai loro pensieri. Aumenta la distanza o, in altri termini, pone lo spazio vuoto in primissimo piano. Infine, a proposito di spazio svuotato, è impossibile non lodare lo strepitoso lavoro del direttore della fotografia Masao Nakabori, specie nella gestione dei campi lunghi e delle ombre.
Verrebbe voglia di incorniciare ogni frame di Maborosi, ma nella processione finale Nakabori riesce perfino a superarsi.