Quante volte abbiamo intonato e ascoltato la celebre melodia di I Wanna Be Loved by You, interpretata dalla magnetica Sugar Kane in una scena memorabile del film (oltre che esilarante, insieme a Tony Curtis e Jack Lemmon) A qualcuno piace caldo (1959). Sugar Kane prende vita grazie a Marilyn Monroe: è una cantante fragile e malinconica, alla ricerca di un amore romantico, ma destinata a ricadere sistematicamente nell’uomo sbagliato.

In Gli uomini preferiscono le bionde (1953), Monroe interpreta Lorelei Lee, una showgirl mozzafiato, apparentemente attratta dal denaro e dal potere. Sposare un uomo ricco - e il suo patrimonio - diventa la massima aspirazione personale. Diamonds Are a Girl’s Best Friend. Nel 1955, in Quando la moglie è in vacanza, Monroe è semplicemente “la ragazza” (The Girl), un personaggio privo di nome proprio, scelta che sembra accentuarne la natura simbolica e quasi onirica. La figura da lei incarnata esprime una bellezza estrema, desiderata e disarmante, capace di esercitare un magnetismo irresistibile sugli uomini. Un’immagine emblematica resa immortale anche dall’abito bianco rimasto impresso nella memoria collettiva, sollevato dal vento nella famosa scena della metropolitana.

Questi tre film sono tra le pellicole che hanno maggiormente contribuito a rendere riconoscibile il personaggio di Marilyn Monroe e il suo fascino. In particolare, le figure femminili che interpreta - pur ostentando avvenenza e seduzione - condividono una fragilità emotiva che si cela dietro il mito della “bionda perfetta”.

Forse è proprio in questa oscillazione che si definiscono i due poli della sua immagine: superficialità e interiorità, sensualità e bisogno d’amore. Ed è in questa tensione che si intravede l’eredità psichica di Marilyn Monroe: quella di chi sembra poter essere amata da tutti, ma che convive, paradossalmente, con la difficoltà di riuscire ad amarsi davvero.

Marilyn Monroe nasce a Los Angeles nel 1926. Il suo vero nome era Norma Jeane Mortenson. Sua madre si risposò dopo aver perso la custodia dei figli avuti da un precedente matrimonio; dopo il divorzio dal secondo marito scoprì di essere incinta di colei che sarebbe diventata la nota attrice. Non fu subito chiarito chi fosse il padre biologico di Norma, che crebbe senza conoscerlo.

La sua infanzia fu turbolenta, caratterizzata da continui affidi presso altri nuclei familiari sin da neonata. Uno dei motivi principali era legato alle condizioni della madre, affetta da gravi disturbi psichici — tra attacchi di panico e manifestazioni psicotiche - che la costringevano a ricoveri alternati in istituti psichiatrici.

Cresciuta senza una figura paterna e senza un riferimento affettivo stabile - senza un maschile buono, rassicurante, di cui fidarsi - Monroe intraprese per molti anni percorsi analitici con diversi terapeuti. Tuttavia, finì spesso per cercare nei matrimoni, e nell’unione con quel maschile tanto desiderato, la stabilità di cui era stata privata.

La sua vita affettiva fu segnata dalla presenza di diversi uomini, ma le relazioni apparvero frequentemente tumultuose e instabili. Tra queste, il legame con Robert Kennedy fu alla base di numerose congetture relative alla sua morte prematura, avvenuta nel 1962 per overdose di barbiturici.

A vent’anni, dopo il divorzio dal primo marito James Dougherty, nel 1946 Norma Jeane si tinse i capelli di biondo platino, costruendo l’immagine che ancora oggi resta impressa nella memoria collettiva e adottò il nome di Marilyn Monroe (Monroe era il cognome da nubile della madre). Firmò il suo primo contratto con la 20th Century Fox, ottenendo inizialmente piccoli ruoli. La carriera faticò a decollare, tanto da farle considerare l’abbandono del cinema; prima di farlo, però, decise di investire nella formazione, frequentando corsi di recitazione pagati con grandi sacrifici e servizi fotografici occasionali.

Nonostante l’ascesa - tra il 1950 e il 1954 divenne una delle attrici più note di Hollywood - la sua fragilità emotiva si fece sempre più evidente, manifestandosi in episodi depressivi e crisi d’ansia. L’industria hollywoodiana aveva costruito attorno a lei l’immagine della “bomba sexy”, circondata da successo e fama: una luce magnetica capace di attrarre su di sé lo sguardo degli altri.

Ma cosa vedono davvero gli altri? E cosa resta dentro il nostro sguardo? Se da un lato ci si rispecchia nello sguardo altrui, dall’altro quello stesso sguardo può restituire qualcosa di estraneo, di ingannevole rispetto a cui non ci si sente all’altezza. Questa polarità tra desiderio e abbandono si rifletteva anche nei personaggi da lei interpretati, contribuendo a consolidare l’archetipo della femminilità ingenua, centrata sul bisogno d’amore. Un ruolo che, forse, finiva per farla sentire inadeguata rispetto alle aspettative del pubblico, intrappolandola in un’immagine che, se da un lato la rendeva viva e celebre, dall’altro la indeboliva intimamente, alimentando un profondo senso di alienazione.

C’è un film, spesso poco citato e sottovalutato rispetto al suo percorso attoriale, Il principe e la ballerina. Qui Monroe interpreta Elsie Marina, una ballerina spontanea e ingenua che si confronta con un mondo aristocratico rigido e intransigente. A differenza di altri personaggi - come Lorelei in Gli uomini preferiscono le bionde o le proiezioni fantasiose de “la ragazza” - qui emerge un tentativo di maggiore autenticità, come se cercasse appigli più realistici, avvicinandosi alla propria dimensione personale e distanziandosi dalle aspettative sociali che la disarmavano.

Elsie dice ciò che pensa, ama senza calcolo e, proprio per questo, destabilizza chi le sta intorno. In filigrana si intravede la Monroe “persona”: il bisogno di essere presa sul serio, di essere vista oltre l’immagine e la tensione con ambienti di potere maschili e controllanti (riflessa anche nel difficile rapporto con Laurence Olivier sul set).

Il film fu anche il primo - e unico - prodotto dalla sua casa di produzione, la Marilyn Monroe Productions. Il fallimento al botteghino compromise questo tentativo di emancipazione artistica, interrompendo sul nascere la possibilità di sottrarsi alle limitazioni imposte dall’industria. Le sue aspirazioni di autonomia e controllo su di sé sembrarono così infrangersi, lasciandola ancora una volta prigioniera dell’immagine costruita dagli altri.

Ad oggi, il personaggio di Marilyn Monroe rappresenta un’icona di spettacolo, arte e immagine. Marilyn è popolare nella misura in cui esserlo significa, forse, essere finalmente compresi dopo anni di fraintendimento. Marilyn è stata, per Norma, un modo per sfuggire ai “mostri” incontrati troppo presto, lasciandole un’eredità di sofferenza e solitudine.

Il suo lascito artistico va ben oltre le sue interpretazioni: ci mostra come anche chi sembra possedere tutto possa custodire un profondo bisogno d’amore e sicurezza. Dietro palcoscenici, luci e obiettivi fotografici resta una bambina, immersa in sogni e speranze, ancora alla ricerca di riparo.

Marilyn continua a essere una figura irraggiungibile, ma anche profondamente umana: capace di restituire fragilità laddove sembrava esserci solo perfezione, trasformando lo sguardo su di sé da desiderante a, finalmente, comprensivo. Un mito che sopravvive come eco di vulnerabilità, bellezza e resistenza.