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“A qualcuno piace caldo” e l’immaginario della commedia
Sono la vitalità e la sottile intelligenza a corrispondere ad A qualcuno piace caldo il giusto riconoscimento. E gli ingredienti sono, come sempre quando si parla di capolavori, la combinazione straordinaria di personalità geniali. Scrittura, regia e recitazione rasentano la perfezione, il grandissimo estro degli interpreti maschili conferisce un ritmo quasi unico alla narrazione, ma la presenza di Marilyn sembra essere il reale valore aggiunto.
Bionda con libro. Appunti sull’iconografia di Marilyn che legge
Distesa su una panchina o su di un letto, seduta a terra nel suo appartamento, con alle spalle uno scaffale di libri; in tenuta casual oppure con indosso una sofisticata lingerie nera: le fotografie che ci sono pervenute di una Marilyn intenta a leggere fanno decisamente numero in quella messe di immagini fotografiche che la hanno ritratta fuori da un set cinematografico e che, almeno quanto i fotogrammi dei film in cui ha recitato, sono rimaste indelebili, conquistando l’immaginario collettivo
“Gli spostati” e l’America al crepuscolo
Tutto è indomito ne Gli spostati, tutto è fuori posto, come d’altra parte suggerisce il titolo originale, The Misfits, che allude proprio all’incapacità di adattamento ad un contesto, che in questo caso è sia quello sociale – l’America che sta perdendo la sua innocenza e si affacciava ad una nuova epoca – che iconografico – siamo al crepuscolo del mondo dei cowboy – che relazionale – la crisi del modello famigliare tradizionale è ormai esplosa. Tutto sfugge nel film, forse senza sosta, per trovare un posto, una casa, un riparo dal dolore della vita.
Marilyn dietro il palcoscenico
Marilyn continua a essere una figura irraggiungibile, ma anche profondamente umana: capace di restituire fragilità laddove sembrava esserci solo perfezione, trasformando lo sguardo su di sé da desiderante a, finalmente, comprensivo. Un mito che sopravvive come eco di vulnerabilità, bellezza e resistenza. Il suo lascito artistico va ben oltre le sue interpretazioni: ci mostra come anche chi sembra possedere tutto possa custodire un profondo bisogno d’amore e sicurezza. Dietro palcoscenici, luci e obiettivi fotografici resta una bambina, immersa in sogni e speranze, ancora alla ricerca di riparo.
“Quando la moglie è in vacanza” e i tabù dell’americano medio
Quando la moglie è in vacanza nasce e debutta come commedia teatrale al Fulton Theatre di New York nel 1952. Dopo l’eclatante successo di pubblico, si parla di novecento repliche in tre anni, lo sceneggiatore George Axelrod – suo lo script di Colazione da Tiffany – decide di adattare il soggetto per il cinema. Nel 1955 – anno d’uscita del film – le maglie della censura sono però ancora troppo strette per parlare liberamente delle smanie erotiche dell’average American. Quando il produttore Darryl Francis Zanuck decide di portare la fortunata commedia di Broadway sul grande schermo, fra i divieti imposti dal Codice Hays c’è ancora quello riguardante il tema dell’adulterio.
“Blonde” speciale. Marilyn tra luce e buio
Al centro di tutto c’è sempre Norma Jeane. Dall’infanzia traumatica fino alla controversa morte, il viso di Marilyn Monroe è abbagliato dai flash, dalle lampade di una sala operatoria, dalla luce del sole su una spiaggia. Sempre. Nemmeno gli improvvisi passaggi al bianco e nero che Andrew Dominik impiega come lente deformante di una realtà patinata riescono ad oscurare tutto questo eccesso di luminosità. Ma poiché Blonde è un film fatto di dualismi, tra vita pubblica e privata, realtà e leggenda, vero e falso, nascita e morte, dove c’è la luce c’è anche il buio.
“Blonde” speciale. L’epopea perversa di sogni infranti
Blonde sembra quindi indeciso sulla strada da intraprendere, in bilico tra il percorso orrorifico (già magistralmente battuto da Larraín con Spencer) e quello squisitamente narrativo. La scelta di privilegiare il punto di vista di Marilyn non raggiunge le potenzialità di una provocazione “alt(r)a”, ma si blocca spesso, tragicamente, in superficie. I momenti più riusciti sono forse quelli più tetri e grotteschi, quelli in cui lo sguardo di Marilyn e dello spettatore si incrociano, finendo anche per coincidere.