Sbarrato, sonoramente fustigato, il volto ingigantito di Supriya Devi in Meghe Dhaka Tara ci riconduce al mistero del primo piano cinematografico. Si pensi alla ricorrente, memorabile immagine di questo viso rivolto fuori dalla finestra sbarrata. La sua iconicità deriva dal paradosso estatico di una trascendenza affermata filmicamente nel momento stesso in cui viene negata al personaggio. Ghatak pone spesso lo sfondo fuori fuoco lasciando solo il volto della Devi fluttuare nell'aria come disincarnata. Eppure questo volto magnificato che trascende dalla sua natura corporea, non riesce a farsi mondo: l’altrove le è visibilmente precluso.
La Nita interpretata da Devi appare protetta in un guscio poetico. La vediamo in una stanza a trascrivere poesie, passione ereditata dall’anziano padre che ama citare en passant Keats e Wordsworth. O dietro la finestra sbarrata, accanto a una fotografia incorniciata verso cui volge spesso uno sguardo nostalgico: lei e il fratello sorridenti in montagna. Questo passato idilliaco impresso in immagine è ciò che al tempo stesso la fa viaggiare con la mente e la distanzia dal mondo. Eppure la questione non è propriamente la contrapposizione tra la poeticità dell'artista contro l'impoeticità del mondo.
Nella sequenza d'apertura, la figura di Nita emerge minuscola sotto l'immensa chioma di un baniano. Con uno stacco, il suo volto occupa lo schermo, prende il posto del mondo; poi dalla sue mente sembra fuoriuscire, in realtà, sullo sfondo, un treno che taglia orizzontalmente il paesaggio naturale. L'armonia del mondo è inquinata da cattivi presagi: sarà proprio su dei binari che s'infortunerà il padre scatenando la degradazione fisica del nucleo familiare.
Tutt'altro che guscio protettivo, l'interno domestico è lo spazio della corruzione: il seducente volto della sorella Gita che tenta il fidanzato di Nita, Sanat, la madre materialista che costringe Nita ad abbandonare gli studi per lavorare e supportare la famiglia. Eppure Nita volta lo sguardo, rimane passivamente in attesa di un'ascesi poetica che la sollevi dalla bruttezza del mondo.
Solo immergendosi interamente nella natura ci si può forse risintonizzarsi con l'armonia del mondo: sempre nella prima sequenza, il volto di Nita è rivolto verso il fratello Shankar che, sullo sfondo, canta un sublime raga. A differenza dell'immagine che distanzia dal mondo e disancora dal proprio corpo, il celestiale canto di Shankar rimbomba e si riverbera nel mondo, è radicato nella sua carne.
Se il volto sembra esprimere la profondità del sé, questi canti sembrano invece suggerire il rimosso: in particolare il ricorso ai canti del poeta bengalese Tagore dischiude la dimensione storica della Partizione, a cui la stessa famiglia di Nita è stata soggetta in quanto rifugiati. Questi lamenti materni su una figlia lontana hanno poco a che spartire con la madre del film, priva di poesia e di canto, e rimandano piuttosto all’idea di un rapporto perduto con il mondo. Il sonoro in generale è utilizzato nel film per inquietare l'immagine, per fustigarla, come ben evidenzia il ricorrente effetto-frusta.
D'altra parte anche il corpo, se privo di poesia, può farsi agente di corruzione, si veda ancora una volta la sensuale Gita che sottrae il fidanzato alla sorella sognatrice. È dunque l'idealizzazione di una poeticità incorporea, di un nucleo familiare incorrotto, il “peccato” di Nita, che si vedrà ritorcere contro le conseguenze dell'incuranza di essere anche corpo. Nel finale, al sanatorio, dove è ricoverata per la tubercolosi a lungo nascosta, Nita, il cui volto appare ora sovrastato nettamente dalle montagne, riuscirà infine a riconnettersi al mondo col canto, che è però un agghiacciante lamento che riverbera la sua dissonanza su tutto il creato.
Persino nella dissonanza, nella disarmonia, nel passo incerto di una viandante, la poesia di Ghatak ritrova contatto con il mondo.