Woody Allen è uno di quei cineasti che, amati dal pubblico, la critica - anche la più benevola - non riesce a prendete sul serio. Fino a Io e Annie questo è stato in buona misura ovvio. Tutto il suo cinema precedente, in effetti, poteva essere letto come una esercitazione nella chiave cabarettistica (di una cabarettistica americana, s’intende) che aveva reso famoso l'autore sia come stand-up comedian che come scrittore di testi per altri comici.

Quella prima parte del suo lavoro, tuttavia, non poteva essere confusa con quella di altri colleghi attori più direttamente e facilmente comici. Essa riposava infatti su una cerebralità di matrice alquanto originale che non permetteva paragoni né con personalità del passato come Jerry Lewis né con altre del presente come Mel Brooks. L'ascendente primario riconosciu­to dallo stessa Allen era piuttosto Groucho Marx, ma più per il meccanismo paradossale della battuta che non per un’identica visione del mondo.

È per questa sua componente cerebrale che i primi film di Allen suscitarono in tanta critica una reazione di rigetto fortissima ("un coglione", lo liquidò senza mezzi termini quel Goffredo Fofi, che negli stessi anni si era - e giustamente - applicato alla rivalutazione di Totò). Era facile, infatti, perdonare i frizzi e i lazzi del primo venuto che scivolava sulla buccia di banana, ma come si poteva passar sopra al fatto che Woody Allen faceva ridere ugualmente il pubblico più superficiale e la critica più sofisticata? Sempre in quegli anni Guido Fink aveva scritto mollo bene che la differenza tra un grande come Keaton e Woody Allen stava nel tatto che la comicità di quest'ultimo era raccontabile. In altre parole, Keaton era cinematografico, Allen no. Cosa al­quanto vera.

Pure, ridurre il primo Woody Allen in questi termini sarebbe stata operazione parziale. Intanto, perché Woody faceva ridere “con le parole" è vero, ma infilando nelle sue pellicole anche una visione non poco parodistica del cinema e dei suoi generi (il prison film, la fantascienza). Poi, perché sin dall'inizio il suo cinema denunciava alcuni comportamenti che si sarebbero in seguito chiaramente e ottimamente sviluppati e che certo testimoniavano nella direzione non soltanto di una seria cultura cinematografica, ma anche in quella di un universo morale che attendeva soltanto di maturare per poter divenire universo autoriale.

Alludo prima di tutto a quella sua mal sopita componente bergsoniana già rintracciabile in Il dittatore dello libero di Bananas, ma, più largamente, a quell'ossessione nel confronti di temi come l'amore e la morte che avrebbero ispirato persino un suo  titolo (in Italia, purtroppo, Amore e guerra) che è a mio avviso la sua cosa più bella, e sinceramente dolente, nella produzione del primo periodo.

Con Io e Annie e Manhattan Allen scopre che può parlare di ciò che gli sto a cuore senza necessariamente contrabbandarlo passando per il sentiero della comicità. Pieni di momenti divertentissimi, i due film si pongono prima di tutto come vivido ritratto della vita newyorkese, e il loro successo presso il pubblico di mezzo mondo ci parla non tanto dall’eccezionale comicità e intelligenza di Allen quanto di come la nostra civiltà abbia di necessità eletto quella metropoli a punto di riferimento della contemporaneità.

Questa componente newyorkese rimarrà da quel momento intatta nel suo cinema, ma vieppiù arricchita dall’inquietudine culturale e morale di Allen: talché pellicole come Stardust Memories, Hannah e le sue sorelle, Un’altra donna, Alice, Mariti e mogli, Crimini e misfatti e altre ancora possono essere lette, anche se soltanto in parte, in quella chiave Allen tuttavia vi ha immesso ben altro: una continua riflessione sulla coppia come istituzione, sui sentimenti e la fedeltà, sul tempo che passa lasciando segni che è bene prepararsi ad accettare in modo serenamente rassegnato, sul cinema stesso come coacervo di splendori e miserie.

Messa così, sembrerebbe di avere di fronte un uomo di sensibilità e intelligenza che un bel giorno ha trovato nel cinema un attrezzo degno del suo pensiero e della sua co­scienza. Ed è questa, taciuta o dichiarata, l’opinione della critica nei suoi confronti: dal momento che Allen ha dimo­strato di non essere affatto "un coglione", bene, allora si tratta di un intellettuale che gioca col cinema, che lo osserva, lo muove, lo manovra riuscendo sempre a rimanere ad ‘altezza di se stesso. Ma non è così, perché Alien è un cineasta, e basterebbe Zelig a dimostrarlo. Altra occasione di cattiva coscienza per la critica, la quale non ha mancato di lodare quel film, ma trattandolo sempre conte una felice e geniale trovata che fa parte a sé. No. Troppo comodo: Zelig è la punta di diamante di un modo preciso, ampio e personalissimo di fare cinema da parte del suo autore.

Ogni volta che un suo film arriva alla Mostra di Venezia (prego notare: sempre fuori concorso, perché Allen non ama le passerelle, e del resto non ne ha bisogno) il chiocciare fuori dalla sala è regolare: "Sì, bello, ma fa sempre lo stesso film". Perché, non era così anche con Bergman? La nostra critica proprio non ce la fa a non categorizzare rigidamente sui generi: o uno fa il comico, oppure è drammatico, e va da sé che la persona seria è soltanto questa ultima. Eppure un film come Ombre e nebbia, oltre a dimostrare una straordinaria cultura cinematografica, testimonia in modo chiarissimo che dietro al riso di Alien c'è la vecchia, classica, tradizionalissima serietà dolorosa del clown che ride del mondo, delle sue debolezze, oltre che delle sue follie perché tutto sommato è molto meglio che piangerne.

Come che sia, provatevi oggi a dire che la comicità dì Allen è raccontabile. Provatevi a raccontare la casa della prostituta in Mighty Aphrodite!, provatevi a raccon­tare l’intero Pallottole su Brodway: è impossibile, perché Allen ha da tempo raggiunto una perfetta comunione fra l’irresistibile verbalità del suo umorismo e il senso dello spa­zio, dei costumi, del ritmo stesso della costruzione di storie e ambienti. E questo, piaccia o non piaccia, è cinema. Al quale egli ha saputo aggiungere nientemeno che l'organizzazione di un intero universo morale.

Woody Allen fa sempre lo stesso film? Dato e non concesso che ciò sia vero, dovremmo soltanto ringraziarlo.

(Franco La Polla, Cineteca, febbraio-marzo 1996)