“A casa nostra nel caffèlatte non ci mettiamo niente: né il caffè né il latte”.

“Io non faccio il cascamorto, se casco, casco morto per la fame”.


In queste frasi c’è tutto Totò, la passione per le donne e la matrice famelica del suo rapporto col cibo, ma c’è anche molto dello spirito di Miseria e nobiltà (1954), che senz’altro è uno dei film più riusciti di Totò, non solo per il suo grande successo ai “borderò”, ma anche per il fortissimo gioco di rimandi realtà/finzione, persona Totò e personaggio della napoletanità, che lo alimenta e lo rende fortemente rappresentativo allo stesso tempo della maschera Totò e dell’uomo De Curtis, della fame e dell’abbondanza, della miseria e della nobiltà nella sua stessa vita. Non per niente infatti il principe dichiarava: “Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo...”

Fu Vincenzo Talarico a proporre all’abile “confezionatore” Mattoli, sulla scia dell’imminente centenario scarpettiano, di portare le commedie di Edoardo Scarpetta nel cinema di Totò: nacque così la trilogia di Un turco napoletano, Miseria e nobiltà e Il medico dei pazzi, realizzata nel giro di un solo anno di lavorazione, grazie anche all’omogeneità di ispirazione, lavorazione e messa in scena dei tre film. Come giustamente precisa Alberto Anile “meno affrettati delle antologie di sketch, più rispettabili delle cine-riviste, meno ‘pericolosi’ delle commedie neorealiste, per Antonio De Curtis i tre film sono un traguardo artistico, ma anche un ritorno alle origini, a quella tradizione da cui proviene in parte la sua maschera”. Totò sente quasi un debito con Scarpetta e dialoga con la maschera di felice Sciosciammocca, trasformandola in personaggio. Grazie alla maestria di Mattoli con scenografie ed abiti d’epoca, ed incorniciando la scena cinematografica all’interno di una rappresentazione teatrale, con tanto di sipario e applausi finali del pubblico, Totò è da un lato imbrigliato nei limiti dei testi originali, ma d’altra parte ha grande libertà di manovra nel momento dell’improvvisazione.


Valeria Moriconi ricordò che durante le riprese di Miseria e nobiltà, per esempio, grande ilarità suscitò nella troupe l’improvvisazione di Totò nella scena finale del primo atto, quella degli spaghetti: infatti Totò si era alzato, era salito sopra il tavolo e si era inventato questa cosa di mettersi gli spaghetti in tasca, che non era prevista da copione, e che anzi fu aspramente criticata persino da alcuni critici (v. Vittorio Ricciuti de Il Mattino scrisse nel 1954 “non ci è piaciuto quando mette in tasca i vermicelli cosa a cui né Scarpetta né altri interpreti avevano pensato”). Ebbene Mattoli fu costretto a dare lo stop alla scena perché insieme agli spaghetti Totò aveva preso tra le mani anche uno zampirone che era stato nascosto nella pasta per farla “fumare” e questo gli stava bruciando la tasca della giacca.


Una scena che diverrà emblematica del film, ma anche e soprattutto della fame atavica espressa dalla maschera Totò, quella fame che non può essere saziata e per questo anche quando “rischia” di essere soddisfatta, esprime la sua iperbolica grandezza mostrandosi in tutta la sua creatività. È una fame circolare che continua a farsi sentire anche quando lo stomaco è stato rimpilzato: “ma il principe, dov’è il principe?” chiede Don Gaetano nella scena in cui i finti parenti del marchesino Eugenio sono giunti in casa sua, “Sono qua, son qua” risponde Totò intento ad addentare una coscia di pollo, insieme a un dito del suo stesso guanto “O perbacco! Un errore di …persona eh eh”. Tutto il film è giocato su questa ostentazione esagerata della fame, esibita con gesti teatrali, persino nella lista della spesa che Felice ordina a Pasquale è ravvisabile una sublimazione del pasto tramite la sua narrazione. Gli spaghetti dovranno essere conditi da un sugo di salsiccia, “ma fresca”, le uova, 20 per 5 persone, dovranno essere accompagnate da mozzarella, rigorosamente di Aversa, quindi da prendere solo “se fa la goccia sennò desisti”.

Dopo l’ostentazione di un tale desiderio, parrà quasi una conseguenza logica che quegli stessi spaghetti Totò voglia più che mangiarli, impossessarsene fisicamente, ab aeterno: stipandoli nelle tasche per un dopo immaginario e possibile. In queste scene c’è tutto il mondo di Totò, Napoli, la povertà, la comicità, la furbizia di chi per mestiere tira a campare, c’è tutta la fantasia e il sogno di un riscatto che appartenne ad un popolo di emigranti. Quel popolo solo ieri eravamo noi. Così riguardare Totò oggi può servire anche per ricordarlo.