Fin dalla prima inquadratura, un quaderno rosso che si apre su una pagina a righe tutta da scrivere, Monsieur Aznavour di Mehdi Idir e Grand Corps Malade si caratterizza come un biopic classico che documenta la tenacia ma anche i momenti tragici della ricerca del successo del cantante francese di origine armena che, al suo apice, otterrà lo stesso cachet di Frank Sinatra.

Un quaderno rosso che ritornerà varie volte nel corso del film, suddividendolo in capitoli, e che fa partire il lungo flashback iniziale: da una sera del 1960, in cui Aznavour è impegnato in un tour da solista dalle molte incognite ma che alla fine lo consacrerà come iconico chansonnier, torniamo alla sua infanzia e alle origini della sua vocazione artistica, alla difficile vita dell’artista da immigrato nella Parigi occupata dai nazisti, al sodalizio umano e professionale con Pierre Roche, alle prime occasioni alla corte di Edith Piaf.

Circolarmente, a più di metà della sua durata, Monsieur Aznavour ritorna a quella stessa sera del 1960 in cui, dopo una prima parte non entusiasmante in provincia, il tour che Aznavour ha fortemente voluto per affermarsi come solista si conclude trionfalmente al music hall Alhambra di Parigi con l’interpretazione, divenuta celebre, di Je m’voyais déjà. La canzone riassume tutte le difficoltà che un artista non convenzionale come Aznavour ha dovuto affrontare per affermarsi, dal razzismo per la sua etnia all’ironia per il suo corpo non proprio imponente e per una certa goffaggine dei movimenti sul palco.

Questo momento, centrale nella carriera di Aznavour e nello stesso film, assume sullo schermo una connotazione straniante, in quanto il pur camaleontico Tahar Rahim, che interpreta il cantante, è certamente più massiccio e atletico del vero Aznavour. La sua recitazione è davvero un progressivo entrare nelle giacche sempre troppo grandi del cantante fino all’ultima inquadratura, di profilo su un taxi americano, in cui la metamorfosi sembra davvero completa e a cui seguono, significativamente, immagini di repertorio dello stesso Aznavour a commento della notizia della sua morte.

Notizia che arriva un po’ troppo presto nell’economia narrativa del film, che pur dura già così più di due ore, frutto evidente di un compromesso tra l’ambizione di coprire tutta una vita e la preferenza, espressa dallo stesso Aznavour prima della morte avvenuta nel 2018, per una maggiore concentrazione sugli anni prima del successo.

Se Monsieur Aznavour ha, quindi, come detto, un impianto sostanzialmente tradizionale con cui non riesce sempre a stare al passo nelle proporzioni cronologiche, il suo maggiore interesse deriva proprio dal non rinunciare a momenti che deviano dal mero dato biografico, raccontando gli avvenimenti come se davvero fossero stati vissuti in prima persona anche se non lo sono effettivamente stati, come sostiene il personaggio di Aznavour ad un certo punto parlando delle sue canzoni.

A questo contribuiscono non solo l’interpretazione di Rahim, che canta pure alcuni pezzi dell’artista franco-armeno, ma anche alcune scelte narrative, come l’inserimento improvviso su Parce que tu crois del brano What’s the difference del rapper afro-americano Dr Dre (che campiona significativamente la canzone di Aznavour) con immagini che sembrano presi più da un video gansta che da un biopic. O l’attenzione data, nella biografia di un noto seduttore, all’elaborazione di Comme il disent (1972), una delle prime canzoni centrate su un personaggio omosessuale, la cui rilevanza ci invita quasi a leggere in chiave omosociale il rapporto tra Aznavour e Pierre Roche.

Lo stesso quaderno rosso, che apre il film nel modo più tradizionale possibile per un biopic, quello di una biografia per immagini, diventa ad un certo punto straniante, quando la macchina da presa, arretrando lentamente nello studio dello chansonnier, ne scopre un’intera parete, quasi un’illustrazione della natura ossessiva della ricerca del successo e dell’affermazione.